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26 ottobre 2010 2 26 /10 /ottobre /2010 16:40

Quello che leggerete di seguito è il mio racconto che è entrato in finale nel concorso nazionale "Garfagnana in giallo" e che sarà pubblicato nell'antologia omonima.

http://garfagnanaingiallo.wordpress.com/2010/10/22/i-nomi-dei-finalisti-del-garfagnana-in-giallo-2010/

 

 

Ludovico Ariosto e il gioco al ricatto

 

Garfagnana, primavera 1523

 

 

ORLANDO FVRIOSO di messer LVDOVICO ARIOSTO nobile ferrarese

L’uomo dalla barba ben curata mirava e rimirava l’orpello posto all’apice della carta pergamenata che gli fungeva da prima facciata del ventitreesimo capitolo del suo poema. Era la terza volta che lo riscriveva ed aveva giurato sui santi Pietro e Paolo, protettori celesti di quel paesino che l’accoglieva come il protettore terreno, che mai più vi avrebbe vergato altre righe.

- Ordunque, messere – gli fece un avventore della locanda sedendosi barcollante sulla pancaccia di fronte – lei scrive! – l’uomo ruttò emanando un pessimo olezzo alcolico – Lei scrive mentre i’ Moro scorribanda a destra e a manca!

Ludovico Ariosto non capì se il garfagnino ubriaco lo aveva riconosciuto o se aveva preso a pretesto il primo malcapitato per polemizzare sulla travagliata situazione politica dei luoghi in cui viveva. Nella prima ipotesi avrebbe avuto tutte le ragioni per protestare: il Moro del Sillico era un temibile bandito annidato sui monti di Ponteccio che a ogni calata verso i centri abitati faceva bottino pieno senza che il Commissario – proprio lui, scrittore e amministratore al contempo – e i suoi uomini addestrati alla corte estense muovessero un dito. “Son ben altre le ragion di stato!” rifletté il padano ricordando gli innumerevoli problemi che il suo Duca Alfonso d’Este aveva col nuovo pontefice romano Adriano VI e gli altri belligeranti confinanti, altro che le donne, i cavalier, l'arme, gli amori.

- Voi ve ne infischiate perché non v’è mai capitato nulla, ancora – continuò l’avvinazzato pulendosi con la camicia sudicia il rigagnolo di bava all’angolo della bocca.

“No” pensò Ludovico “non mi ha riconosciuto!” e si alzò garbatamente – Perdonate, messere. Vò in campo!

 

 

Lo sguardo perso nella notte mite dei boschi garfagnini, i pensieri che volavano sulla luna a cavallo dell’ippogrifo mentale che magari avrebbero riportato indietro il senno di quel misero ubriaco, oltre che quello del suo Orlando, e il pene appena tenuto nella mano destra per un ricambio fisiologico di liquidi corporali.

Espletata la funzione, Ludovico rientrò nella locanda. Poche candele sparse sui tavolacci, alcuni avventori ormai addormentati negli angoli più bui e un tanfo che, una volta respirata la gradevole arietta primaverile di fuori, lo stordì quel tanto che bastò a fargli storcere la bocca e strizzare gli occhi dal disgusto. Arrivò al suo posto a tentoni. Si sedette, sbattendo lo stinco alla gamba di legno della panca, e rialzò le palpebre.

- Dove sono i miei fogli? – chiese quasi a se stesso scrutando attentamente il tavolo su cui era rimasto solo il calamaio e la penna d’oca – Dov’è il mio Orlando?

 

 

La reazione di Ludovico fu lucidamente folle. Non si disperò e tantomeno andò in escandescenza. Si limitò semplicemente a fare grandi passi verso il portone della locanda, chiudere le ante e mettere il chiavistello. Tutto ciò molto rumorosamente, acciocché gli avventori si svegliassero e l’oste capisse repentinamente con chi avesse a che fare.

- Che nessuno osi lasciare la stanza! – intimò lo scrittore a voce alta. Poi, puntando l’indice verso l’uomo dietro il bancone, fece – E voi, fate uscire il cuoco e gli sguatteri dalla cucina e chiudete la porta. Badate bene a non fare furberie!

Gli uomini si radunarono al centro dello stanzone semibuio, illuminato ormai solo da tristi moccoli. Alcuni riconobbero il Governatore Ariosto e il passaparola bisbigliato su chi fosse quel pazzo che li aveva risvegliati dal torpore alcolico volò di bocca in orecchio nel tempo di un amen.

- Udite bene, gentaglia, ché non lo ripeterò che una volta. – si pronunciò Ludovico con voce stentorea – Se qualcuno fra voi miserabili ha pensato di fare a me uno scherzo o ancor peggio un raggiro, sottraendomi i fogli che erano meco su questa tavola, – e sbatté il pugno con veemenza sul legno – è cascato male. Ma giacché sono un uomo di mondo, perdonerò la canaglia se mi restituirà or ora il maltolto.

Un brusio di ‘un so nulla e una levata di spalle fecero comprendere all’Ariosto che in quel modo non avrebbe cavato un ragno dal buco. Scrutò fra i volti degli uomini che lo stavano ascoltando, ma colui che cercava come primo indiziato non era in quel mucchio.

- Chi di voi sa dirmi dov’è andato l’uomo che mi stava importunando poc’anzi?

- Che ‘omo? – chiese un vecchietto sdentato.

- Il fabbro di Gallicano, uno degli ‘omini del Moro – gli rispose un coetaneo che gli contendeva la palma del sorriso più vuoto – Vien sempre a ‘mbriacarsi a Castelnovo.

Una mano si posò sulla spalla dello scrittore. Ludovico sobbalzò e mise una mano all’elsa della spada che portava alla cinta.

- Bono, bono! – fece l’oste – Mi son ricordato una cosa. – prese un pezzo di carta da sopra il bancone e lo pose all’Ariosto – Il fabbro mi berciò “L’è pel Governatore!” e uscì tosto.

Ludovico lasciò l’impugnatura, prese il foglietto e lesse:

Chi nuoce altrui, tardi o per tempo cade
il debito a scontar, che non s'oblia.

Dice il proverbio, ch'a trovar si vanno
gli uomini spesso, e i monti fermi stanno.

 

 

- Vai, Baiardo, vai! – gridò Ludovico spronando il meraviglioso maremmano che montava. – Non lunga, ma tortuosa e impervia è la strada per Gallicano.

I pensieri del Governatore della Garfagnana erano di diversa natura: politici, per via dell’implicazione del bandito “il Moro” nelle terre di proprietà del suo signore il Duca Alfonso d’Este; letterari, dato che il capitolo rubato era uno di quelli in procinto di essere aggiunto alle edizioni precedenti del suo Orlando Furioso e, soprattutto, era l’unica copia in suo possesso; personali, visto che caratterialmente, il buon Ludovico, era più propenso al dimenar la penna d’oca che la spada.

Il trotto dell’equino cadenzava il percorso inghiottito dal bosco, salendo e scendendo, curvando e ricurvando. Giacché partirono col sole, i due viaggiatori, l’uomo e l’animale, si trovarono infine ad arrivare col buio.

Ludovico tirò le briglia a sé per frenare il cavallo solo quando ebbe di fronte il portone del fabbro del paese, la cui insegna recava un disegno mal fatto di un’incudine e un martello.

Una donna, affacciata alla finestra della casa sovrastante, gli chiese cosa cercasse.

- Il fabbro, madonna. – rispose il letterato – Ditegli che lo cerca il Governatore Ariosto, lui capirà.

 

 

Brunello di giorno faceva il fabbro e a sera il bandito. Non tanto per una mera questione monetaria, quanto piuttosto per quella sua voglia di menare le mani che lo solleticava più di una donna. Mani possenti, nere come la sua anima. Mani che avevano bendato gli occhi di Ludovico Ariosto con un panno preso dall’officina per non permettergli di vedere il sentiero montano che portava nel covo del suo capo.

- Posso venir a conoscenza, di grazia – chiese con ironico garbo lo scrittore – ove si trova il luogo in cui mi state conducendo?

Brunello era scontroso come un cinghiale della Garfagnana, taciturno come le serpi e sarcastico come un buffardello. Gli venne un ghigno sul volto butterato e rispose con un secco – Su!

Dopo tre ore di cammino, l’improbabile coppia di viaggiatori e i loro fedeli quadrupedi arrivarono a un bivio cieco; da un lato la strada sterrata precipitava lungo un crepaccio e dall’altro terminava la sua corsa contro una parete di edera che veniva giù come una cascata da querce secolari.

Il gallicanese slegò la benda sudicia e la ripose. Ludovico si stropicciò gli occhi, li ambientò alla luce che filtrava nel fitto bosco e poi esclamò – Che gioco è questo?

Brunello spostò da un lato alcuni rami della pianta rampicante, scoprendo un passaggio nascosto agli occhi dei viandanti – Di qua!

 

 

Ludovico soffriva di dolori alle ossa, acciacchi dell’età che vennero accentuati dalla indicibile umidità che affliggeva la grotta, covo del Moro del Sillico e della sua cricca di banditi della Garfagnana. Stalattiti pendevano sui capi di quegli uomini induriti dalla macchia come le taglie che il Governatore stesso aveva posto su di essi, ma che nessuno mai aveva osato provare a portare a casa. Fiaccole illuminavano l’antro, i volti barbuti e le vettovaglie accatastate in un angolo lercio.

- Finalmente! – esclamò soddisfatto il Moro.

- Bando alle ciance – rispose a tono lo scrittore – parlate chiaro e tosto.

- Di persona siete ancora più spregiudicato – disse l’uomo che aveva preso il suo soprannome dalla folta e irsuta capigliatura corvina, scatenando una risata dei suoi sottoposti facendo tremare le pareti della caverna.

- Presumo che voi abbiate una cosa che mi appartenga e che, onestamente, non comprendo che cosa ve ne possiate fare. – Ludovico squadrò ogni singolo viso che lo attorniava, uomini come un branco di lupi famelici pronti a scagliarsi contro la pecora rimasta sola al ruscello – A parte, ovviamente, di estorcermi del danaro.

- Ve lo avrei già sottratto, se fosse stato questo il mio interesse… o vi avrei tagliato la gola, con maggior soddisfazione, credetemi. Ma mi servite vivo.

Ludovico deglutì – Per quale motivo?

- Sarete il mio ambasciatore.

 

 

Alla vista delle pietre romboidali del Palazzo dei Diamanti a Ludovico vennero i lucciconi. Era stato lontano da Ferrara, sua patria adottiva, per oltre un anno ed era come se gli avessero sottratto l’aria o l’inchiostro. Entrò nell’edificio e si recò nell’anticamera del Duca, stringendo fra le mani un plico. La curiosità gli stava rodendo il fegato ma era ben conscio delle parole lapidarie del Moro del Sillico: “è una cosa riservata. Se lei, Governatore, o chiunque altro non sia il Duca Alfonso in persona scoprirete il contenuto pagherete con la vita!”.

Uno dei cerimonieri di corte fece accomodare lo scrittore nel sontuoso studio di Alfonso d’Este.

- Duca! Quale gioia rivedervi!

- Mio buon Ludovico, come state?

Dopo i convenevoli, il nobile si accorse che l’artista impugnava un plico mal conservato, con la carta che lo avvolgeva di un sudicio indegno di una corte di tale portata come la sua.

- Cosa portate lì dentro?

- Non mi è dato saperlo. Ma conosco l’uomo che ve lo manda.

 

 

Ludovico stava aspettando in anticamera da due ore buone. Aveva osservato diversi consiglieri del Duca avvicendarsi nello studio. Entravano a mani vuote e ne uscivano poco dopo con fogli di carta in mano e una premura mai vista. I loro visi si trasformavano in ghigno impaurito allorché lasciavano la stanza. Ariosto si chiese cosa mai potesse preoccupare in tal modo un uomo potente come Alfonso d’Este, soprattutto al cospetto di un semplice, seppure temibile, bandito della Garfagnana. “A meno che” pensò mentre l’ennesimo uomo gli passava davanti senza degnarlo di uno sguardo “il plico non contenga qualcosa per cui il Duca sia ricattabile… ma cosa?”.

La porta dello studio si spalancò ed uscì Alfonso in persona, portando seco un plico più grande di quello che lo scrittore gli aveva consegnato ore prima, foderato di cartapaglia di qualità e con un evidente sigillo di ceralacca rossa nel quale campeggiava minuscola e fiera un aquila stilizzata.

Il volto del nobile ferrarese era provato. Le rughe gli formavano strani ghirigori - Consegnate codesto presente a quel bandito, non ad una persona diversa… e badate bene di non aprirlo mai, né farlo fare ad alcun altro… non guarderei in faccia neanche a voi, amico mio… vi ucciderei!

 

 

Tarli. Enormi, sinuosi tarli scavavano nella corteccia celebrale del poeta. Viscidi sospetti si insinuavano nella sua fervida immaginazione che di norma usava solo nel suo lavoro ma che, nel mentre il viaggio di ritorno verso la Garfagnana proseguiva spedito, ora lo sbatteva contro una realtà vivida e intricata.

Ludovico tirò le briglie a sé, comandando a Baiardo di arrestare il suo incedere. Smontò e si sgranchì le gambe. Mentre il cavallo si avvicinava ad un ruscello per abbeverarsi, lo scrittore prese il plico e lo girò tra le mani. Lo mise in controluce ma non vide nient’altro che cartapaglia. Si rammaricò, poi imprecò contro il fato perché non gli andava a genio il dover rischiare la vita per un mistero che s’infittiva come neanche l’intreccio del suo Orlando Furioso e del quale nessuno voleva fargli sapere nulla.

Rimontò a cavallo e partì alla volta di Gallicano, dove poi avrebbe incontrato il fabbro che lo avrebbe scortato bendato fin dentro il covo del Moro del Sillico. Un uccello gli tagliò la strada volando basso fino a rasentare il suolo, rischiando di essere scalciato dagli zoccoli dell’equino. E, tosta, un’associazione d’idee fece breccia nella mente dell’artista. Un uccello. L’aquila. Il sigillo degli Estensi. Lo stesso che lui, in qualità di Governatore della Garfagnana per conto della famiglia ferrarese, utilizzava e portava sempre seco. La ceralacca, ordunque, non era più un problema. Aprì il plico, tirò fuori quelli che sembravano dei documenti ufficiali e si immerse nella lettura, accarezzandosi quel collo barbuto che, sia il bandito che il nobile, avevano giurato di tagliargli se avesse fatto ciò che stava facendo.

 

 

- Non pensavo foste così spregiudicato da venire di persona – disse il Moro mantenendo un ghigno beffardo.

- Perché dovrei temervi? – rispose Ludovico – Mi avete dato la vostra parola che una volta ricevuto il plico del Duca mi avreste ridato ciò che avete sottratto alla locanda di Castelnuovo.

Gli altri banditi risero fragorosamente, come i tuoni che preannunciavano un’imminente temporale. Il Moro aprì il plico e controllò le carte. Sorrise e alzò al cielo il fiasco di vino rosso come a celebrare una vittoria a lungo pregustata.

- Noto che la mia missione vi ha soddisfatto. – disse Ludovico – Ordunque, di grazia, vogliate soddisfare la mia curiosità di artista. – il capo dei banditi lo guardò con diffidenza – Come mai un nobiluomo come il Duca Alfonso è dovuto scendere a patti con un manigoldo come voi?

Il più anziano fra i banditi scattò in piedi e puntò la spada al collo di Ludovico. Ma un cenno della mano del Moro lo fece tornare repentinamente a posto – Bono, Duccio, bono! Non è lo spregio delle sue parole che mi turba… quanto il fatto che possa sapere dei mie affari. – e si avvicinò allo scrittore tanto da fargli sentire l’alito avvinazzato – Ma, ormai, caro Governatore, il dado è tratto. Non sarò più un bandito, ma uno stimato signorotto della Garfagnana. E voi mi dovrete rispetto come io lo darò a voi. – il Moro prese il bavero di Ludovico e subito dopo glielo lasciò, lisciandolo con cura per risistemarlo – Il Duca Alfonso d’Este mi ha nominato Potestà di Camporgiano.

- Come… com’è stato possibile tutto ciò?

I banditi risero sguaiatamente, prendendo in giro l’atteggiamento drammatico del Governatore Ariosto e uno di loro si fece scappare un “perché l’è morta la sgualdrina!”.

I pensieri di Ludovico fecero mirabolanti giri nella sua testa e tutte le immagini della sua vita gli si presentarono davanti agli occhi increduli come fosse il giorno del giudizio universale. Ma solo una fra tante si soffermava davanti al suo sguardo, senza seguire la scia nella quale le spazzava il vento dell’oblio. La figura di una donna.

- La trovo pallido, Governatore – lo canzonò Brunello il fabbro –‘un è ch’avete visto un fantasma?

 

 

I lunghi capelli d’oro accompagnavano l’incedere della donna lungo la stanza dove lo scrittore di corte stava ultimando il suo poema cavalleresco in onore del Cardinale Ippolito d’Este. La gentile mano della dama si poggiò lievemente sulla spalla di Ludovico, il quale fermò la penna d’oca e le sorrise dolcemente.

- Madonna Lucrezia. Arrivate puntuale come le stagioni. Ho appena scritto un verso che vi appartiene.

La bellissima padrona di casa prese il foglio e lesse col solo sguardo:

“La prima iscrizion ch’agli occhi occorre, con lungo onor Lucrezia Borgia noma.”

 

 

Ludovico tornò in sé, scacciando i fantasmi del passato – Quell’uomo – disse indicando l’anziano bandito – si sta riferendo forse a Lucrezia Borgia?

Nel covo calò un silenzio glaciale. I sorrisi si spensero e gli sguardi si fecero di nuovo minacciosi.

- Siete così ingegnoso, caro Governatore, che meritate di conoscere con che razza di uomo vi credevate amico e, soprattutto, la verità.

- Se parlate del Duca Alfonso posso mettere la mano sul fu…

Ludovico bloccò la lingua al gesto della mano del Moro.

- Queste mani hanno ucciso Lucrezia Borgia.

- Conoscevo bene la Signora. – sembrò come se Ludovico volesse proteggerne il ricordo – Madonna Lucrezia mi aveva dato la grazia della sua amicizia. E so benissimo che morì di parto pochi giorni dopo aver dato alla luce la piccola Isabella Maria.

Il bandito si avvicinò e gli sussurrò all’orecchio – Questa è la versione ufficiale, creata ad arte dal Duca Alfonso che aveva molta paura della famiglia Borgia. Ma ormai sia Papa Alessandro che il Cardinale Cesare erano morti… e scemando l’influenza, scemarono anche le rappresaglie. – Ludovico aveva gli occhi fuori dalle orbite. Non credeva a ciò che sentiva. – Fu il marito che mi ordinò di uccidere la moglie, in cambio, come avete visto, di un nuovo ruolo per la mia misera vita. A Ferrara nessuno mi conosceva e potevo muovermi liberamente senza dare nell’occhio… e a palazzo avevo tutte le porte aperte.

- Ma… - lo scrittore provò a dire qualcosa ma la lingua si bloccò, dando ragione al cervello che aveva elaborato le parole dell’assasino. 

- Ora andate via! – gli intimò il Moro – E non pensate di tornare in questo luogo con delle guardie armate per arrestarmi, perché sareste in torto. Sono un Potestà.

Ludovico sentì scendere il groppo che aveva in gola giù nello stomaco – E il mio poema?

- Diciamo che quei fogli serviranno a tenervi a bada fin quando l’ufficiosità delle carte non si trasformerà in sicurezza ufficiale per la mia persona. – Ariosto strinse i pugni, ma capì che non era il caso di fare colpi di testa – Andate, su! E pregate Dio perché vi ha resa salva la vita una seconda volta.

 

 

Nei mesi a seguire Ludovico si era impegnato più politicamente come Governatore della Garfagnana che non come autore. Quel giorno d’autunno era in casa, con uno dei figli più piccoli sulle gambe, al quale stava recitando dei suoi versi.

- Chi vuole andare a torno, a torno vada:
vegga Inghelterra, Ongheria, Francia e Spagna;
a me piace abitar la mia contrada
.

Bussarono alla porta. Era un messaggero. Portava un plico. Non disse una parola e fuggì via. Il Governatore Ariosto tornò in casa e, eccitato, aprì la busta. Stavolta niente ceralacca, aquile e cartapaglia. Dentro, un po’ sgualciti e macchiati di unto, c’erano i fogli che il fabbro di Gallicano gli aveva rubato per ordine del Moro del Sillico.

A Ludovico tornò il sorriso. Impugnò la penna d’oca, la intinse delicatamente nel calamaio e riprese a vergare le ultime righe dell’ormai famigerato ventitreesimo capitolo dell’Orlando Furioso.

Ma son giunto a quel segno il qual s'io passo
vi potria la mia istoria esser molesta;
ed io la vo' più tosto diferire,
che v'abbia per lunghezza a fastidire.

 

 

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Massimo Lerose
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  • Massimo Lerose
  • Massimo Lerose nasce nel 1978.
E' attore, regista e scrittore.
Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio".
Per alcuni è un "talento sprecato".
Per pochi è semplicemente Massimo.
La sua casa è il mondo.
Il suo mondo è Terracina."
  • Massimo Lerose nasce nel 1978. E' attore, regista e scrittore. Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio". Per alcuni è un "talento sprecato". Per pochi è semplicemente Massimo. La sua casa è il mondo. Il suo mondo è Terracina."