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14 maggio 2012 1 14 /05 /maggio /2012 14:16

Il pane a chi non ha i denti.

 

Probabilmente è il proverbio che ho più utilizzato in vita mia.

 

E lo utilizzerò anche stavolta per raccontarvi di alcune cose successe a Torino in questi giorni in cui, nel "Salone" buono della Torino da Mangiare (visto che c'è già la Milano da bere...), la squadra della Officina di Ri-Animazione Culturale Ecco Fatto!, in combutta con gli "Amici Miei" di Prospettiva Editrice, Festival Letteratura di Calabria, AbelBooks, in stile "Tognazzi-Celi-Montagnani-Moschin" si è incamminata lungo un percorso tortuoso, come una "sestiglia" di Lupetti, intonando gioiosi canti fin quando non si è usciti dal bosco e il sole era lì ad aspettarli per cuocere pelli e anime.

 

Il pane, dicevo.

Il pane è un dono. Una cosa semplice e, come tale, sensazionalmente vitale.

Chi ne possiede è un uomo fortunato. Non bravo, badate bene. Fortunato. Questione di elicoidale dna, di latitudine e longitudine del luogo in cui si viene alla luce e di una concatenazione di eventi dai 0 ai 3 anni.

Il pane è come il talento.

Ma il talento non si compra.

I denti si possono anche comprare, ma lo stolto ricco compra il pane/talento dimenticandosi di comprare denti, dentiere o attrezzi analoghi perché ha la presunzione del Padrone del Mondo che pianta la Bandiera dell'Onnipotenza in campo altrui.

 

Storie di pezzi di pane farciti di bandiere e altre amenità:

 

1 - Il lupo Alex, l'Agnellino e una fine del cavolo

Un piccolo Lupo di nome Alex, cresciuto in un ovile, per vent'anni fece le fortune dell'Azienda Agricola degli Agnellino. Per riconoscenza, l'Agnellino lo cacciò dall'ovile per "sopraggiunta anzianità e non rientro nei quadri aziendali", nonostante i belati di protesta di tutti i suoi estimatori che, per dirla in verità e lo dice la parola stessa, c'erano anche fra i tori... i famosi estima-tori.

Fatto sta che l'Agnellino, privo di denti, ma con un grande accumulo di pane nelle real dispense di famiglia, non volle sentire ragioni, "perché lo Stile è Stile".

Al povero Alex, talentuoso come il pane, non restò che fargli una linguaccia.

 

2 - Il fornaio che sfornava romanzi d'amore

L'uccelino lo andava a svegliare tutte le mattine alle 3. Fabio s'incavolava come una bestia e cercava di scacciarlo. Ma l'uccellino era lì a ricordargli, con un cinguettio melodioso, che doveva andare nel forno del padre per aiutarlo. Fabio odiava il profumo del pane appena sfornato, odiava la farina che lo imbiancava tutto e, soprattutto, odiava lavorare. "Meglio scrivere!" diceva protestando verso l'uccellino "Magari stupide storie d'amore, infarcite con tante banalità. Roba semplice eh... soggetto, predicato e complemento!". E così Fabio lasciò il pane quotidiano che gli forniva il padre suo e si rimise a dormire. L'uccellino che aveva dei dentini quasi invisibili dentro al becco, invece, spiccò il Volo.

 

3 - La piccola favola di un festival da favola in una città da favola

C'era una volta un brutto anatroccolo, piccolo, nero e riccio (o forse era un riccio, ma siccome le favole non parlano di ricci brutti lo chiamerermo così: brutto anatroccolo). Aveva un grosso becco (no, non era il naso!) pieno di dentini affilati in anni di rosicchiamento volumi della biblioteca (o forse era un topo da biblioteca, ma ormai lo abbiamo chiamato brutto anatroccolo...). Conobbe una giraffa dalle movenze da pantera e l'animo da iena (è pur sempre una favola, abbiate pazienza!) e da quel giono scorazzarono per la palude (sic!) in cerca di un albero di Cultura per mangiare (i due erano notoriamente secchi ma affamatissimi e voraci... che c'entrano ora le vongole?). La loro tana era in un posto da favola, sul mare, con tanta storia ma dove, ahiloro, erano stati tagliati quasi tutti gli alberi di Cultura. Di semi ce n'erano in quantità... ma nessuno aveva l'animo contadino, nonostante guardasse solo il proprio orticello. Poi un bel giorno, mentre si raccontavano buffe storie di editori che non pagavano i giornalisti e di attori che non venivano pagati perché "mica è un mestiere" (storie a cui non crederebbe nessuno, per questo buffissime da scompisciarsi), un bel giorno, dicevamo, udirono il suono di un pifferaio e accorsero a vedere. Dallo strumento uscivano note strane, come parole con la C aspirata. Fatto sta che il curioso pifferaio aveva un gran seguito di topolini curiosi, attratti dal suono melodioso, che, all'anatroccolo e alla giraffa, tanto ricordavano il rumore che faceva il frutto dell'albero di Cultura quando lo si mordeva. Lo seguirono.E scoprirono che in realtà quel piffero sputava fuori dei semini del loro albero preferito.

E da quel giorno, insieme, piantarono tanti semi di Cultura e ripopolarono la città da favola di alberi rigogliosi, fra cui uno grande, l'albero-Madre, che chiamarono TBF (gli altri nomi, pero, melo, fico, ciliegio li avevano già presi tutti...).

 

E, almeno loro e tutti i topolini che li continuavano a seguire, vissero felice e contenti.

 


 



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Massimo Lerose
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  • : Meglio stare all'Indice che al medio... Scrittori Pericolosi, non scrittori fottuti!
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  • Massimo Lerose
  • Massimo Lerose nasce nel 1978.
E' attore, regista e scrittore.
Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio".
Per alcuni è un "talento sprecato".
Per pochi è semplicemente Massimo.
La sua casa è il mondo.
Il suo mondo è Terracina."
  • Massimo Lerose nasce nel 1978. E' attore, regista e scrittore. Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio". Per alcuni è un "talento sprecato". Per pochi è semplicemente Massimo. La sua casa è il mondo. Il suo mondo è Terracina."