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10 settembre 2013 2 10 /09 /settembre /2013 18:28

 

 

Giro di notte con le anime perse.

Walkman nella tasca del bomber nero, cuffie che ammaccano i riccioli voluminosi e quattordici anni che più incazzati non si può. Anche se io, di solito, sorrido sempre.

Sì della famiglia io sono il ribelle.

La cassetta dei Litfiba me la sono fatta registrare dallo zio di mio cugino che lavora alla Plasmon e ha i soldi per comprarsi quelle originali da Vinile a Via del Fiume. Ha ventuno anni, una Fiat Tipo bianca e una fidanzata che è meglio di Michelle Pfeiffer in Ladyhawke. Chissà se mai ne avrò una? Di ragazza, dico. Le auto non mi interessano. Vado a malapena sul Ciao di papà.

Tu vendimi l’anima e ti mando alle stelle.

Il borsone del Terracina Basket non pesa molto ma lo trovo scomodo: a portarlo come una busta della spesa struscia per terra, a tracolla mi si rompe l’osso del collo e a zainetto, mingherlino come sono, me ne cado a culo per terra sui sampietrini di Corso Anita Garibaldi mentre caracollo verso Piazza Quattro Lampioni per andare al Palazzetto dello Sport a fare allenamento.

E il Paradiso è un’astuta bugia.

1990. Che anno strano!

Ho cominciato il Quarto Ginnasio in una classe di quasi tutte ragazze, ad eccezione di me e altri due maschi che sembrano uno un punk mancato, invece sogna di fare l’archeologo e ascolta Venditti, e l’altro un contadino dal naso avvinazzato, mentre è un astemio bonaccione che da grande farà l’avvocato. Alcuni amici di papà mi avevano promesso il Paradiso: “Il Ginnasio! Ragazze di tutti colori, di tutti i gusti, di tutte le forme!”. Come se le donne, pur piccole che siano, fossero oggetti! Che cretini! Guardano solo l’involucro e mai il contenuto. Come con Terracina.

E poi io al Paradiso non c’ho mai creduto. Almeno non nel senso cristiano. Ho scelto anche di non farmi la cresima e la maggior parte della gente mi guarda come fossi un mostro uscito fuori da quel loro libro di favole - quello, sì, pieno di mostri! - che tutti hanno in casa ma lo usano come soprammobile. Quasi non sanno che, in realtà, sono tanti libri messi insieme. Lo dice la parola stessa: Bibbia, i libri.

Ahhhhh Arriba, arriba El Diablo!

Svolto in Via Olmata mentre Piero Pelù continua a ripetermi con la sua voce cavernosa che il Paradiso è un’astuta bugia, e non ha tutti i torti.

Che poi io alle parole ci do un peso. Riconosco il loro giusto valore. Scrivo le mie poesie, che non farò mai leggere a nessuno perché mi vergogno di quello che la gente potrebbe pensare, ma ogni parola la metto sulla bilancia prima di usarla. Le parole hanno un significato preciso, non quello che la maggior parte delle persone gli attribuiscono. Se parliamo poi dei terracinesi... Giove Anxur, proteggici tu! Convivono con diatribe medievali, se solo sapessero che significa!

Ok, penso troppo per un ragazzetto di quattordici anni, leggo troppo, mi emoziono troppo, vivo troppo. Non mi sono accorto nemmeno di aver attraversato la passerella del Ponte Rosso, tanto le mie gambe conoscono a memoria la strada ed hanno il pilota automatico.

Il paradiso, dicevo.

Ho fatto una ricerca sulla Enciclopedia Treccani che i miei hanno comprato a rate per farmi studiare: Paradiso deriva dal sanscrito paradesha e significa “paese supremo”. In pratica è un luogo utopico sereno, non soggetto allo scorrere del tempo, caratterizzato da pace e serenità.

Ecco, io il paradiso so dov’è. Il mio “paese supremo”.

So che sta nel cielo che fa da tappo a questa immenso otre che è la terra e so che in questo angoletto in cui vivo è così palese che la gente nemmeno se ne accorge, non ci dà quasi peso, come fosse l’amore incondizionato di una madre a cui non dici più “ti voglio bene”. Mai dare per scontato l’amore, la bellezza e le parole!

So che il paradiso sta nelle tavole polverose del palcoscenico del Teatro Traiano dove ho cominciato a recitare a tre anni con la Compagnia di Genesio Nofi; che sta nella sabbia fine della Spiaggetta dove i miei mi hanno raccontato che sono stato procreato; che sta in ogni sasso toccato, calpestato, insozzato, insanguinato, ammirato in tre millenni di Storia di questa apatica città di confine, intorpidita dall’odio e dallo iodio, rimbecillita da egoistici menefreghismi e salvata da quei piccoli gesti d’amore che sparute persone fanno ogni giorno lontano dalle false luci della ribalta.

Arrivo al Palazzetto. Sono il primo, come sempre. Mia figlia la chiamerò Ansia!

Michele il custode mi fa entrare “basta che non tocchi i palloni prima che arriva Saverio!”. Entro nello spogliatoio, mi tolgo il bomber e comincio a spogliarmi. Guardo il mio corpo nudo. Non è un granché, anzi. Non sarò mai un giocatore di pallacanestro. Non sarò mai un corpo. Ma ardo di passione per essere una mente. E il mio paradiso mi aiuterà, ne sono certo.

Il paradiso sta qua.

A Terracina. Il “paese supremo”.

Il paradiso è un’astuta bugia. Tutte le vite, per primo la mia.

Terracina è una grande bugia. Esiste solo nella mente di chi ci crede.

 

Il Coach Saverio è arrivato, gli altri ragazzi anche. Prendo il pallone a spicchi, palleggio un po’, arresto e tiro. La palla prende il ferro e va via sul fondo. Non sarò mai un giocatore di pallacanestro. Non sarò mai un corpo. Ma scriverò del paradiso. E scriverò solo la verità.

Scriverò di Terracina.

Il Paradiso è un'astuta bugia
Massimo Lerose
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16 maggio 2013 4 16 /05 /maggio /2013 18:06

andare a giro per il Salone del Libro di Torino ed entrare nei mega-stand iperspaziali di Mondadori, Feltrinelli e compagnia regnante è come andare in un ristorante tipico e chiedere una Coca-Cola.

Vi segnalo alcune vere e proprie chicche create per chi ama leggere (e dunque ama vivere):

- Edizioni Clichy ha ripreso un'idea tedesca del secondo dopoguerra in cui, vista la profonda crisi economica (vi ricorda qualcosa?), si distribuivano libri stampati su grandi fogli di giornale. La collanna si chiama Ro Ro Ro è ogni libro costa 1 Euro.

www.edizionichy.it

- Tic Edizioni merita un plauso da genialata già partendo dal catalogo racchiuso in un fac-simile di una scheda elettorale. Altre grandi idee le potete trovare sul sito www.ticedizioni.com

- Vi segnalo lo slogan più divertente dell'intero salone che, ovviamente, hanno inventato i tipi di Caracó, una dinamica casa editrice napoletana: sul "lait motif" che spadroneggia su Fb "Keep Calm and..." Loro presentano i propri libri con "Statt Calm and Lieggete nu Libr"

www.caraco.it

Massimo Lerose
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15 maggio 2013 3 15 /05 /maggio /2013 14:58
#resistenze .1 "Anteprima è una ripetizione!"

Delirio trenitalesco, direte voi.

Può darsi, non so a chi, ma può darsi (basta che si fa pagare!)

Ore di treno (no tre ore, magari!), ritardi inconcepibili (che poi se c'è un ritardo il rischio di concepimento è altissimo), giri dello stivale che uno capisce che i progettisti non hanno mai preso in mano una riga e tirato fra Roma e Torino (oppure hanno preso una riga e tirato ma si sono sbaLLati, come direbbero i cinesi).

Fatto sta che per la Cultura si fa questo ed altro.

Per il Terracina Book Festival 2013 i sacrifici si compiono.

Si resiste.

Per esistere.

Domani inzia il Salone Internazionale del Libro di Torino.

Ma oggi noi saremo già a lavoro con Andrea Giannasi e Gianluca Pitari.

Un'anteprima, anche se mi sa tanto di ripetizione, Ante e Prima...

Pre resistendo, pre esistendo.

Massimo Lerose
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25 aprile 2013 4 25 /04 /aprile /2013 10:46

Che gli vuoi dire, tu, a un popolo che sta ancora lì a discutere su chi era più forte fra Bartali e Coppi, su chi doveva giocare fra Mazzola e Rivera o su chi era più morto fra i partigiani e i fascisti?

Che gli vuoi dire, tu, a un popolo che al bar del paese si lamenta dei comunisti, dei democristiani, dei socialisti, dei repubblicani, dei monarchici, dei fascisti, dei garibaldini, degli austroungarici, dei prussiani, dei francesi, degli spagnoli, dei lanzichenecchi, degli unni, dei romani, dei greci, dei neandertaliani e poi, una volta a casa sua, li fa entrare, li serve e li riverisce, purché lui, solo lui, possa tirare a campare?

Che gli vuoi dire, tu, a un popolo un po’ polo e molto pollo?

Che gli vuoi dire? Dico a te!

A un popolo che sta lì a rivendicare se le oche in Campidoglio erano bianche col becco arancione o arancioni col becco bianco.

A un popolo che sguazza nello sterco, che ci galleggia, “tanto sopra c’è un po’ d’aria”.

A un popolo che non è un popolo ma un mucchio di singoli individui egoisti che venderebbe persino la mamma per un condono edilizio, una raccomandazione per un lavoro stagionale o per un biglietto gratis per la partitadipallone.

Che gli vuoi dire, tu?

Massimo Lerose
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19 dicembre 2012 3 19 /12 /dicembre /2012 17:14

21 - 12 - 2012

 

Partiamo da un presupposto: i Maya non conoscevano i numeri arabi.

Non conoscevano neanche gli Arabi se è per questo.

E se andiamo proprio a sottilizzare non esistono "gli Arabi" come la maggioranza delle persone crede che siano: non sono un popolo, non sono una nazione e, soprattutto, non sono dei numeri. 

  

21 - 12 - 2012

 

I Maya non conoscevano il calendario Gregoriano.

Non conoscevano manco nessuno che si chiamasse Gregorio.

 

21 - 12 - 2012

 

Se i Maya fossero stati veggenti, preveggenti, vegani, vegetariani o altro secondo voi non avrebbero previsto l'arrivo di quei barbari cattolici che li hanno poi uccisi, stuprati, convertiti (alcuni) ma NON STERMINATI (anche se avrebbero tanto voluto)? Non avrebbero preso a pallate in faccia (il loro sport nazionale, d'altronde, è la Pelota!) Pizzaro, Cortèz e tutti quei minchioni che a geografia non avevano neanche la sufficienza, che invece di andare in India hanno sbattuto contro uno scoglio lungo dallla Groenlandia fino alla Terra del Fuoco?

 

21 - 12 - 2012

 

La fine del mondo ce la creiamo noi uomini giorno dopo giorno da secoli (americani, russi, giapponesi, tedeschi, ostrogoti, unni... italiani! Altro che i Maya!), ma negli ultimi cento anni ci siamo proprio dati da fare, riducendo la terra in cui viviamo a una discarica a cielo aperto.

Dicono che "l'evento è legato alla fine di uno dei cicli del calendario maya".

Ma le nostre donne non ci hanno insegnato niente?

È quando INIZIA un ciclo che è veramente LA FINE DEL MONDO!

 

21 - 12 - 2012

Una data come un'altra.

E se proprio domattina ci svegliassimo con una pioggia di meteoriti sulle nostre teste, pensate a tutte le catastrofi naturali e, soprattutto, umane che ci hanno accompagnato da millenni... guardatevi attorno e ditemi se non è già quasi tutto irrecuperabile... 

e se proprio qualche palla infuocata pioverà dal cielo e ci colpirà... non preoccupatevi, qualcuno si salva sicuro... la stupidità e la cattiveria umana sono la vera catastrofe... e i cattivi vincono. Sempre.

E noi siamo abituati, assuefatti.

Per questo se mi colpisce un meteorite, che sia Maya, Hollywoodiano, Americano, Russo... o più probabilmente italiano, non sarà mica la fine del mondo!

 


Massimo Lerose
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7 settembre 2012 5 07 /09 /settembre /2012 14:58

Ci sono quei GRAZIE che nella vita è meglio fare subito. Anzi, prima.

Ci sono quelle situazioni, altrimenti, che renderebbero il GRAZIE anonimo. Anzi, nullo.

La Terza edizione del TERRACINA BOOK FESTIVAL ci sarà tra una settimana e io i miei GRAZIE li voglio dire sin da subito, altrimenti passata la festa i santi non avranno il giusto risalto per i miracoli che stanno facendo.

Ovviamente li ringrazieremo più e più volte sul palcoscenco del Teatro Romano di Piazza Municipio... ma la gente sarà distratta vuoi dall'ospite d'onore, vuoi dall'attesa dell'evento successivo, vuoi dalla signora affianco che rumoreggia e così via.

 

GRAZIE agli sponsor perché nonostante "ce sta la crisi, mica putem' dà i soldi a te che tieta vende i libri" (Cit. commerciante medio terracinese, detti "007 con licenza."... elementare) si sono sforzati di affiancare il loro marchio ad un'attività culturale invece che (o "insieme a") al milionesimo torneo di bocce quadrate o tressettecolmorto (attività ludiche di tutto rispetto, per carità... viva il tressette! Viva il morto!). Alcuni degli sponsor sono addirittura terracinesi...

 

GRAZIE a Gigi Orilia perché fa una cosa che in altri posti del mondo non verrebbe neanche notata, ma che qui ha del miracoloso: Gigi fa semplicemente il suo lavoro. E quel semplicemente che lo rende straordinario. Per chi non lo sapesse è terracinese...

 

GRAZIE a tutti i partecipanti del concorso SI SCRIVE TERRACINA perché mettersi in gioco, nella vita, è più importante che vincere o perdere. Anche qui ci sono dei terracinesi...

 

GRAZIE a Enrico Mellidi perché senza che nessuno gli abbia detto niente (e manco a pensarci che lo paghiamo... visto che di soldi non ce ne sono!) e nonostante la sua Let's Jazz band non sia in programma quest'anno, si sbatte come un dannato per far continuare la tradizione positiva della cultura a Terracina. Ah... per chi non lo sapesse è terracinese...

 

GRAZIE ai ristoratori che ci ospiteranno durante le 4 serate, ma soprattutto ai camerieri e ai cuochi. Ho fatto il cameriere per anni da giovanotto e so che significa aspettare gente che andrà a mangiare alle 23 per finire all'una. Ah... anche loro terracinesi...

 

GRAZIE a Roberto Scerpa per la serietà con cui lavora già dalle rispote alle mail o al telefono. Professionalità terracinese... pure lui, sì...

 

GRAZIE  a Valeria Rasi perché con la sua dolcezza e tranquillità riesce a districarsi fra racconti da giudicare, voti da assegnare, pubblic relation, catering e, soprattutto, a stare dietro a dei vulcani in perenne eruzione come noi (Ire, una normale ci voleva!). Indovinate? Bravi! Terracinese...

 

GRAZIE a Giorgio Molinari perché la sola presenza mi sprona ad andare avanti sulla strada della Qualità. No, romano... ma trapiantato a terracina da così tanti anni che ormai invece di dire "li mortacci tua" dice "t' pozzn' accide!"

 

 

Penso che questo pensiero sia anche dei miei co-organizzatori Andrea Giannasi (Lucca), Simone Di Biasio (Fondi) e Irene Chinappi (Sperlonga... ma la mamma è terracinese!)

 

Per sentire GRAZIE più specifici, per sentire GRAZIE più dettagliati, per sentirci dire GRAZIE a voce alta vi aspettiamo al TBF 2012.

 

GRAZIE

 


Massimo Lerose
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14 maggio 2012 1 14 /05 /maggio /2012 14:16

Il pane a chi non ha i denti.

 

Probabilmente è il proverbio che ho più utilizzato in vita mia.

 

E lo utilizzerò anche stavolta per raccontarvi di alcune cose successe a Torino in questi giorni in cui, nel "Salone" buono della Torino da Mangiare (visto che c'è già la Milano da bere...), la squadra della Officina di Ri-Animazione Culturale Ecco Fatto!, in combutta con gli "Amici Miei" di Prospettiva Editrice, Festival Letteratura di Calabria, AbelBooks, in stile "Tognazzi-Celi-Montagnani-Moschin" si è incamminata lungo un percorso tortuoso, come una "sestiglia" di Lupetti, intonando gioiosi canti fin quando non si è usciti dal bosco e il sole era lì ad aspettarli per cuocere pelli e anime.

 

Il pane, dicevo.

Il pane è un dono. Una cosa semplice e, come tale, sensazionalmente vitale.

Chi ne possiede è un uomo fortunato. Non bravo, badate bene. Fortunato. Questione di elicoidale dna, di latitudine e longitudine del luogo in cui si viene alla luce e di una concatenazione di eventi dai 0 ai 3 anni.

Il pane è come il talento.

Ma il talento non si compra.

I denti si possono anche comprare, ma lo stolto ricco compra il pane/talento dimenticandosi di comprare denti, dentiere o attrezzi analoghi perché ha la presunzione del Padrone del Mondo che pianta la Bandiera dell'Onnipotenza in campo altrui.

 

Storie di pezzi di pane farciti di bandiere e altre amenità:

 

1 - Il lupo Alex, l'Agnellino e una fine del cavolo

Un piccolo Lupo di nome Alex, cresciuto in un ovile, per vent'anni fece le fortune dell'Azienda Agricola degli Agnellino. Per riconoscenza, l'Agnellino lo cacciò dall'ovile per "sopraggiunta anzianità e non rientro nei quadri aziendali", nonostante i belati di protesta di tutti i suoi estimatori che, per dirla in verità e lo dice la parola stessa, c'erano anche fra i tori... i famosi estima-tori.

Fatto sta che l'Agnellino, privo di denti, ma con un grande accumulo di pane nelle real dispense di famiglia, non volle sentire ragioni, "perché lo Stile è Stile".

Al povero Alex, talentuoso come il pane, non restò che fargli una linguaccia.

 

2 - Il fornaio che sfornava romanzi d'amore

L'uccelino lo andava a svegliare tutte le mattine alle 3. Fabio s'incavolava come una bestia e cercava di scacciarlo. Ma l'uccellino era lì a ricordargli, con un cinguettio melodioso, che doveva andare nel forno del padre per aiutarlo. Fabio odiava il profumo del pane appena sfornato, odiava la farina che lo imbiancava tutto e, soprattutto, odiava lavorare. "Meglio scrivere!" diceva protestando verso l'uccellino "Magari stupide storie d'amore, infarcite con tante banalità. Roba semplice eh... soggetto, predicato e complemento!". E così Fabio lasciò il pane quotidiano che gli forniva il padre suo e si rimise a dormire. L'uccellino che aveva dei dentini quasi invisibili dentro al becco, invece, spiccò il Volo.

 

3 - La piccola favola di un festival da favola in una città da favola

C'era una volta un brutto anatroccolo, piccolo, nero e riccio (o forse era un riccio, ma siccome le favole non parlano di ricci brutti lo chiamerermo così: brutto anatroccolo). Aveva un grosso becco (no, non era il naso!) pieno di dentini affilati in anni di rosicchiamento volumi della biblioteca (o forse era un topo da biblioteca, ma ormai lo abbiamo chiamato brutto anatroccolo...). Conobbe una giraffa dalle movenze da pantera e l'animo da iena (è pur sempre una favola, abbiate pazienza!) e da quel giono scorazzarono per la palude (sic!) in cerca di un albero di Cultura per mangiare (i due erano notoriamente secchi ma affamatissimi e voraci... che c'entrano ora le vongole?). La loro tana era in un posto da favola, sul mare, con tanta storia ma dove, ahiloro, erano stati tagliati quasi tutti gli alberi di Cultura. Di semi ce n'erano in quantità... ma nessuno aveva l'animo contadino, nonostante guardasse solo il proprio orticello. Poi un bel giorno, mentre si raccontavano buffe storie di editori che non pagavano i giornalisti e di attori che non venivano pagati perché "mica è un mestiere" (storie a cui non crederebbe nessuno, per questo buffissime da scompisciarsi), un bel giorno, dicevamo, udirono il suono di un pifferaio e accorsero a vedere. Dallo strumento uscivano note strane, come parole con la C aspirata. Fatto sta che il curioso pifferaio aveva un gran seguito di topolini curiosi, attratti dal suono melodioso, che, all'anatroccolo e alla giraffa, tanto ricordavano il rumore che faceva il frutto dell'albero di Cultura quando lo si mordeva. Lo seguirono.E scoprirono che in realtà quel piffero sputava fuori dei semini del loro albero preferito.

E da quel giorno, insieme, piantarono tanti semi di Cultura e ripopolarono la città da favola di alberi rigogliosi, fra cui uno grande, l'albero-Madre, che chiamarono TBF (gli altri nomi, pero, melo, fico, ciliegio li avevano già presi tutti...).

 

E, almeno loro e tutti i topolini che li continuavano a seguire, vissero felice e contenti.

 


 



Massimo Lerose
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12 maggio 2012 6 12 /05 /maggio /2012 09:58

A Torino da tre giorni, più che la tanto decantata Primavera Digitale, c'è un caldo che sembra Pechino durante le scorse Olimpiadi o più semplicemente la mia Terracina in un'estate qualunque. E all'improvviso, stamane, arriva la pioggia e 15 gradi in meno. Marzo è pazzo. Maggio è peggio. Rime da serie B (come il mio Toro che ieri ha vissuto l'inverno pescarese... ma questa è davvero un'altra storia).

 


Al Salone del Libro di Torino il clima, invece, e' ferragostano festaiolo andante.
Non c'è aria di crisi (o almeno non ne parlano scrittori, giornalisti, critici, politici), di esodati, di Spread, di Tav. Almeno dentro al Lingotto. Fuori c'è clima di guerriglia. Poliziotti in assetto antisommossa (e qui rubo una battuta dell'editore Andrea Giannasi: "Se un poliziotto leggesse un libro... non farebbe il poliziotto!"... con tutto il rispetto per quei ragazzi che per uno stipnedio misero rischiano la vita tutti i giorni) aspettando i cattivissimi e temibilissimi vecchietti No Tav a cui stanno espropiando le case per fare un utilissimo treno Torino-Lione che ridurrà di ben 40 minuti il viaggio... chi di noi non sente l'esigenza di andare a Lione risparmiando 40 minuti?.

Ma gli ordini son ordini, si sa.

Tant'è...

No Cris.

No Tav.

No Spread.

 

Ma a Torino oltre alla Primavera Digitale tira una bella ventata di Primavera Terracinese: oltre al sottoscritto, in veste sia di autore (presentato ufficialmente IL SOLITARIO, terzo romanzo ma quarto titolo: aggiungete una dose cospicua di Best Director e verrà fuori un DOPPIO KUBRICK coi fiocchi) che di Direttore Artistico del Terracina Book Festival, realtà ormai diventata di portata nazionale (Conferenza Stampa di presentazione al Salone Internazionale...), ci sono tante altre persone che gravitano intorno al pianeta cultura terracinese che in molti, ahimè, non considerano neanche un satellite.

Marzia Pacella, la vincitrice del secondo conorso letterario SI SCRIVE TERRACINA ha passato tre splendidi giorni fra conferenze e autori.

Anche Giuseppe Moscarello, autore di due racconti presenti in entrambe le antologie (e quest'anno ha anche sfiorato di pochissimo il Premio Speciale alla Terracinesità "Genesio Cittarelli" andato poi a Claudio Marzullo) sta assaporando l'immensità del Salone che si colora un po' anche di quella città che ama tanto e che dimostra, sottolineo dimostra, di amare tanto.

Anche il giovane regista Enrico Tribuzio ci ha onorato della sua presenza, lasciando per un giorno il suo posto nel dietro le quinte di Mamma Rai.

C'è poi la "presenza spirituale" di Fabio Arduini, presente col suo primo libro di racconti SCORIE, ma anche con la presenza per il secondo anno consecutivo nel cartellone (quest'anno ricchissimo) del TBF che si svolgerà il 14-15-16 Settembre. Il giovanissimo e talentuoso scrittore terracinese quest'anno pubblicherà un interessante saggio sulla storia della Cattedrale di San Cesareo.

Infine, vi racconto anche del 50 % di sangue terracinese che scorre nelle vene di Irene Chinappi, giornalista, attrice, organizzatrice del TBF, autrice di programmi tv e radio ecc. Ma questo lo fa al 100%.

 

Poi ci sarebbe la cittadinanza per meriti culturali all'Editore Andrea Giannasi... ma questa la racconterò un'altra volta.

 

Prima vera Primavere. Terracinese.

 

E a chi non ci crede... che possa piovere per sempre!

Massimo Lerose
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11 maggio 2012 5 11 /05 /maggio /2012 12:21

Non sono Quentin Tarantino perché quando rubo, cito.

Il titolo dell'articolo odierno è farina del sacco di Simone Di Biasio, giornalista, organizzatore new entry del Terracina Book Festival e, volendo, anche Poeta.

Lui vuole e lo fa.  E vince pure dei premi nazionali (fra cui la doppietta alla Del Piero (lo cito perché gli farà piacere l'accostamento e perché sono, sì, granata ma soprattutto sportivo vero e un campione è pur sempre un campione... come Di Biasio) fra cui la doppietta, dicevo, nelle prime due edizioni di Poeti a Duello del TBF).

 

Il titolo, avete ragione...

Davide Rondoni è uno dei più grandi poeti italiani contemporanei, qualcuno dice il più grande. L'ho incontrato ieri e l'argomento è stato il Terracina Book Festival di cui già gli aveva parlato il collega di Fondi. Ma il resto è Top Secret, altrimenti la sperlongana Irene Chinappi, altra organizzatrice e responsabile della Comunicazione mi comunica un bel cartellino rosso seduta stante.

 

La battuta di Simone l'ho presa al volo per parlare di poesia in questo Salone che risente della Crisi (fortissimi sconti, alcuni piccoli editori volatilizzati ecc), ma solo di quella economica. Sul fronte cultura, grazie agli dèi, siamo ancora ad alti livelli, pieni di idee, iniziative, bei libri di noti e meno noti scrittori e ancora di poesia.

 

Una rondine non farà Primavera ma...

 

un Rondoni farà una gran bella fine d'Estate...

 

stay tuned!

 

 

Massimo Lerose
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10 maggio 2012 4 10 /05 /maggio /2012 15:08

Sono un fottuto uomo della strada.

E, nonostante sia passato da quasi due anni alla sponda radicalchic (ma preferisco "senza pensieri") di Steve Jobs per lavorare ai miei mille progetti culturali, rimango un uomo del pensiero, della battuta last-minute, del colpo ad effetto sulla parola messa lì sul dischetto del rigore in attesa di tempi migliori.

Sono un fottuto uomo della strada, perché quando ho letto lo slogan del 25° Salone Internazionale del Libro di Torino, "Primavera Digitale", non ho potuto fare a meno di riderci su inventando il titolo del presente articolo che vi introduce in questo magico mondo pieno di piccoli editori che come puffi cercano di scampare dalle grinfie dei vari Gargamella-Mondadori e Birba-Einaudi fra una raccolta di Pufbacche e l'altra.

 

E allora viva Loretta Goggi, i suoi "che importa se" e tutte le stramaledette primavere.

 

Che importa se hanno inventato gli E-books. Continuo a sfogliare la carta. Anche se i miei libri sono anche in digitale, se scrivo le ultime stesure ovviamente al computer e se l'odissea nello spazio che Zio Stanley ci dipinse è regredita in un mero piacere ludico per bambini di ogni età. L'unica Guerra Stellare è quella fra Sony Playstation e Nintendo Wii.

 

Che importa se la gente continua ad entrare negli stand (veri e propri negozi!) delle grandi case editrici comprando libri che vedono tutti i giorni nelle librerie, invece che fare come quei dieci piccoli indiani sulle tracce del libro introvabile, dell'argomento ineditabile ad alti livelli. Io chiudo la fila suggerendovi con i segnali di fumo digitali due chicche che ho reperito con l'orecchio in terra, ascoltando l'arrivo del grande cavallo di ferro:

1 - "Storie di fantasmi per il dopocena" di Jerome Kapkla, Mattioli, 9 euro

2 - "Sir Gawain e il Cavaliere verde" di J.R.R. Tolkien, Ed. Mediterranee 12,90 euro

 

Lo sapete ora cosa ho voglia di fare?

"Voglia di stringersi e poi..."

 

E poi seguitemi...

Torno tra poco...

 


Massimo Lerose
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  • : Meglio stare all'Indice che al medio... Scrittori Pericolosi, non scrittori fottuti!
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  • Massimo Lerose
  • Massimo Lerose nasce nel 1978.
E' attore, regista e scrittore.
Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio".
Per alcuni è un "talento sprecato".
Per pochi è semplicemente Massimo.
La sua casa è il mondo.
Il suo mondo è Terracina."
  • Massimo Lerose nasce nel 1978. E' attore, regista e scrittore. Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio". Per alcuni è un "talento sprecato". Per pochi è semplicemente Massimo. La sua casa è il mondo. Il suo mondo è Terracina."