PYONGYANG - "La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza". Pure nella grafia coreana, la traduzione delle parole non lascia spazio a dubbi. E il
frontespizio del libro nemmeno: "George Orwell" è scritto in piccoli idiogrammi, sulla copertina anonima. "1984", si legge al centro, con tanto di numeri, senza alcuna possibilità d'equivoco.
Biblioteca nazionale di Pyongyang, pomeriggio di un giorno qualsiasi di fine ottobre 2009. All'ombra di una grande statua di Kim Il Sung, "Presidente eterno", le cui mani posate in grembo
sorreggono un quotidiano mentre lo sguardo domina paterno l'immensa sala centrale, chini su minuscoli banchi di legno stuoli di lettori compulsano, assieme a testi cari alla tradizione asiatica,
una serie di volumi insoliti per questa latitudine: i capolavori della letteratura occidentale.
Il titolo "1984", romanzo di fantasia estremo e terribile, scritto nel 1948 ma di cui molti hanno intravisto la successiva materializzazione proprio nella società ipercontrollata della Corea del
Nord, è - per quanto sembri incredibile - tra questi. Al piano terra, una folla di persone vestite tutte uguali nella loro divisa scura si aggira come un gruppo di formiche attorno agli schermi
piatti dei computer contenenti i cataloghi. Selezioniamo con curiosità, sotto l'occhio vigile delle guide incaricate di seguire il visitatore straniero 24 ore su 24 fino alla sua stanza
d'albergo, il soggetto "Orwell". In due secondi appaiono alcune opere disponibili del grande scrittore visionario. C'è "Omaggio alla Catalogna", la collezione di "Romanzi e saggi", e persino "La
fattoria degli animali", l'altro testo zeppo di allegorie geniali sul totalitarismo, concepito alla fine degli Anni trenta.
Come mai questi libri hanno passato le maglie strettissime di una censura in perenne allerta e solitamente spietata? Come è possibile che il regime non sia a conoscenza dell'accostamento
immediato che, ovunque nel mondo, viene fatto tra il Regno eremita e il fosco romanzo di Orwell? La signora Hwang, addetta alle relazioni della Biblioteca, non appare molto disponibile a
fornire spiegazioni, e va di fretta. Un'altra visita incombe e troppe domande sembrano indisporla. In Corea del Nord, del resto, non è salutare toccare certi argomenti. Almeno tredici gulag
sparsi nelle provincie non lontano dal confine con la Cina ospitano tuttora non si sa quante migliaia di dissidenti e oppositori. E i giornalisti stranieri, come dimostra la vicenda delle due
reporter americane di recente liberate su intervento di Bill Clinton venuto qui a trattare con il figlio del Presidente eterno, il bizzoso Kim Jong Il, sono a malapena ammessi e sopportati.
«È un libro molto letto - spiega la donna in modo sbrigativo - spesso bisogna aspettare qualche tempo quando viene richiesto. Anzi, lo chiedono di continuo, ed è sempre prenotato». La risposta
dunque c'è. I lettori coreani, benché immersi in una bolla d'aria del tutto priva di informazioni e contatti con la realtà esterna, conoscono il valore inestimabile contenuto nella profezia di
Orwell, che li riguarda direttamente. A dispetto dell'ignoranza del regime, come si legge in quelle pagine avveniristiche, che vuole tramutarsi in forza.
Nella sala numero 3, dove gli squadrati ritratti dei due Kim, padre e figlio, si stagliano sulla parete, le 250 persone ammesse possono richiedere volumi di scienze sociali, economia,
letteratura. «Il Grande leader - recita orgogliosa la signora Hwang, fasciata in un grazioso costume locale bianco - una volta seduto a questi tavoli capì subito che la posizione di lettura
migliore doveva essere non sul ripiano, ma leggermente obliqua. E, sull'istante, fece cambiare tutti i banchi».
Che cosa leggono allora su questi scranni ora inclinati studenti, operaie e lavoratori? Il giro fra i banchi miete diffidenza, più che altro per la possibile reazione dei dirigenti incaricati
di tenere la situazione sotto controllo. Dietro i piccoli occhiali tondi e fra le mani incallite spuntano allora a sorpresa Shakespeare, Victor Hugo, Puskin, Dostojevskij, Heine, Tolstoj,
Goethe, Andersen, Bronte. E, inaspettatamente, nonostante l'odio storico del regime verso gli Stati Uniti, persino alcuni americani, Mark Twain ed Hemingway. Tradotti in coreano. Ma ci sono
anche Maupassant, Arthur Conan Doyle, Tagore.
Al piano superiore, dietro il tavolo delle richieste un carrellino che sembra un giocattolo scorre sui binari scaricando altri volumi. Che cosa c'è dentro? Assieme a tante opere locali, ai
testi sacri scritti da e su Kim Il Sung, in ogni caso i più letti e venerati, compaiono Guenter Grass e Franz Kafka. Chiediamo anche noi i testi in italiano disponibili. Arrivano, in originale,
oltre a "Esercizi di algebra superiore" (in due volumi) e agli "Atti dell'Accademia dei georgofili" (dispense, Firenze 1982), "La Divina Commedia" e "I promessi sposi". La gentile impiegata
addetta allo smistamento non conosce Leopardi e Montale, ma dice che comunque è possibile far arrivare qui testi dall'estero per i lettori coreani. Invita anzi a farlo, e in qualsiasi lingua. I
libri verranno poi tradotti o lasciati a disposizione di coloro che sapranno leggerli anche nelle versioni originali. In una stanza attigua un gruppo di giovani, cuffie al collo, azionano
registratori che ripetono lezioni in inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo, cinese, arabo, turco, italiano.
Nuova sosta al catalogo. Digitiamo in fretta, prima che sia tardi, le opere di autori considerati campioni della libertà di espressione. A caso: Solgenitsijn, Thomas Bernhard, Garcia Marquez,
Neruda. Il computer li segnala disponibili. Estremo tentativo: "Fahrenheit 451" di Ray Bradbury e "Lo scherzo" di Milan Kundera. Presenti!
Fuori, l'aria di Piazza Kim Il Sung è una cappa pesante. La Corea del Nord resta un incubo fatto realtà, con un controllo totale sulle persone. Il fiato del Partito si sente a ogni istante, e
l'adulazione verso la famiglia al potere è un'ossessione che diventa un obbligo: nelle canzoni, nelle poesie, nelle esibizioni artistiche e sportive. Un "1984" vero. Con telecamere e microfoni
sistemati dappertutto. Le pagine del romanzo ricordano a ogni passo l'esistenza paranoica del protagonista Winston: "Prese il libro di storia per bambini e guardò il ritratto del Grande
Fratello che campeggiava sul frontespizio. I suoi occhi lo fissarono, ipnotici. Era come se una qualche forza immensa vi schiacciasse, qualcosa che vi penetrava nel cranio e vi martellava il
cervello, inculcandovi la paura di avere opinioni personali e quasi persuadendovi a negare l'evidenza di quanto vi trasmettevano i sensi. Un bel giorno il Partito avrebbe proclamato che due più
due fa cinque, e voi avreste dovuto crederci. Era inevitabile che prima o poi succedesse, era nella logica stessa delle premesse su cui si basava il Partito. (%u2026) Ma la cosa terribile non
era tanto il fatto che vi avrebbero uccisi se l'aveste pensata diversamente, ma che potevano aver ragione loro. In fin dei conti, come facciamo a sapere che due più due fa quattro?".
All'albergo Yanggakdo, nell'isola sul fiume Taedong dove vengono ospitati gli stranieri, i clienti venuti dalla Cina vanno al casinò gettando fortune. Ma al ristorante
girevole del 47esimo piano non c'è quasi nessuno. Una giovane donna locale beve un'aranciata e discute amabilmente di architettura. La politica, qui, è terreno minato. Il discorso cade sulla
letteratura e sugli autori francesi. «Ha letto I fiori del male di Baudelaire?». La domanda, inaspettata e innocente, finisce per essere micidiale. Le guance avvampano. Abbassa il capo
e risponde di sì, mentre gli occhi le si riempiono di lacrime. In "1984" Winston si innamora di Julia sebbene l'amore, e il sesso, siano proibiti. Finisce in segreto per odiare il partito e
comincia a scrivere un diario, nonostante farlo sia un crimine gravissimo. Quante pagine, quanti diari segreti ci sono oggi, al riparo da occhi indiscreti, nelle case dei coraggiosi abitanti
della Corea del Nord in fila per leggere i libri della libertà?