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16 ottobre 2010 6 16 /10 /ottobre /2010 20:03

Mio fratello Lucio ha amici che, come accade nella grande famiglia Lerose, diventano irrimediabilmente amici tuoi. In questo caso miei. Amici veri, di quelli che mangiano e dormono a casa tua. Di quelli che senti poche volte ma che rimangono sempre nell'aria. Succede che uno di questi amici, Costantino, poi mi contatta per una cosa che non avrei voluto sentire: la morte di un suo amico in un incidente stradale. "Dato che fai lo scrittore" mi chiede "scrivi qualcosa per lui". Lo fa con una rabbia dentro e un amore infinito per quel ragazzo che mi viene la curiosità di capirci di più di questa storia. Hanno fatto anche un sito internet per lui. Leggo e trovo piccole tracce di me, come quando vedi la scena di un film girato a Barcellona e dici "Guarda, quella è la cerveceria dove ci hanno fregato con quella caraffa di sangria a dieci euro!". L'incidente è successo sulla statale 106, in Calabria. All'altezza del Serené Village dove ho lavorato nel 2006. Poco prima, i due ragazzi coinvolti si erano fermati a fare colazione all'Harry's Bar di Botricello, come ogni notte io e i miei colleghi facevamo per svagarci dopo una giornata di animazione. La strada è sempre la stessa che ho percorso l'estate del 2009 per andare a presentare il libro al Festival della letteratura di Calabria. Tante piccole tracce di piccole storie. A me servono più quelle che i grandi solchi della Storia per fare una storia.

E allora, "ecco la storia" (Cit.)

 

 

Ho sempre odiato l'appello.

 

A scuola era una sorta di formula magica dove cilindro e coniglio erano vicini di banco. Tutti contro una. La prof che percorreva l'asfalto cartaceo dell'autostrada registrica con l'utilitaria Bic e quando faceva il tuo nome sussultavi come al casello al solo sentire il prezzo da pagare.

 

A basket era un uno-contro-uno. Tu e l'arbitro. "Lerose" faceva lui. "Massimo quattordici" rispondevo io stizzito, come se a sapere il mio nome e il mio numero di maglia mi avrebbe trattato da pari e non dall'alto in basso come istintivamente gli veniva.

 

Con gli amici, quando snocciolavamo le formazioni delle squadre di calcio, era un uno contro tutti. Gli altri coi loro belli, ricchi e vincenti e io coi miei marchegianibrunopolicanofusibenedetticravero.

 

Odio gli appelli.

Ma se poi servono a ricordare una sfliza interminabile di ragazzi morti sulla strada, gli appelli mi fanno proprio girare i coglioni. Troppi. Interminabili. Non bastano le pagine bianche e, forse, neanche spazi interi di memoria.

 

Odio gli appelli.

Ma un nome si può ben fare. Solo uno. E non per far torto agli altri. Uno che serva da esempio. Un nome non fa un appello. Uno per tutti, tutti per uno.

 

Gianfranco. Sì, ve lo spiaccico lì subito così ci togliamo il pensiero. E vi dico pure che non lo conoscevo di persona e che avrei amici come lui di cui scrivere ma che al solo pensiero mi si blocca la tastiera, il mouse e sembra pure qualcos'altro.

Gianfranco, dicevo. Basta il nome. Non servono cognomi, luoghi, orari.

Gianfranco, senza girarci attorno, è morto.

Gianfranco aveva 21 anni.

Gianfranco non aveva bevuto, non si era drogato, non stava correndo con la macchina, non era in un sabato sera... forse per questo mi girano ancora di più i coglioni.

Gianfranco è vittima della strada. Uno per tutti, tutti per uno.

 

Odio gli appelli. Quelli da fare e quelli che fanno.

Non sono un tipo che catechizza, avrei forse bisogno di qualcuno che lo faccia con me. E non la farò con voi, figuriamoci. Niente "ma" stavolta.

Non faccio appelli. Non servono a un cazzo, visto che la gente continua a morire sulle nostre strade e ne abbiamo perso il conto, i nomi, i volti.

Ognuno ricorda i suoi caduti, come in guerra.

Non c'è soluzione, non c'è insegnamento a quanto pare.

E allora ecco che mi torna in mente quel gran film di Arancia Meccanica. E la sua "Cura Ludovico". Ed è quello che servirebbe ad ognuno di noi sin da piccolo. Forse l'unico modo per inculcarci violentemente la realtà.

E allora sarebbe necessario prendere tutti i nostri bambini, mettergli la camicia di forza, spalancargli gli occhi con le pinze e forzarli a vedere le foto, i video di tutti gli incidenti stradali che per negligenza, velocità, abusi di alcol e droghe, fretta e tutte le altre puttanate ingiustificate dell'essere umano precipitano nella morte dei vari Gianfranco di turno. E mentre i bimbi vedono queste immagini un altoparlante dovrebbe dire "Vedete, bambini, cosa succede a fare i coglioni? Si muore." con una semplicità disarmante che è l'unica arma che non fa la strage, ma, anzi, la ferma.

 

 

Non so se Gianfranco odiava gli appelli, ma so che amava la vita.

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Massimo Lerose
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  • : Blog di Massimo Lerose
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  • : Meglio stare all'Indice che al medio... Scrittori Pericolosi, non scrittori fottuti!
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Profilo

  • Massimo Lerose
  • Massimo Lerose nasce nel 1978.
E' attore, regista e scrittore.
Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio".
Per alcuni è un "talento sprecato".
Per pochi è semplicemente Massimo.
La sua casa è il mondo.
Il suo mondo è Terracina."
  • Massimo Lerose nasce nel 1978. E' attore, regista e scrittore. Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio". Per alcuni è un "talento sprecato". Per pochi è semplicemente Massimo. La sua casa è il mondo. Il suo mondo è Terracina."