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3 novembre 2009 2 03 /11 /novembre /2009 15:35
Ed ecco un mio racconto, scritto per il concorso Garfagnana in Giallo.
Nato da una piacevole chiacchierata enogastronomica col mio editore Andrea Giannasi (garfagnino) nel porto di Civitavecchia una calda mattina d'estate.

Il Bottino

Un racconto giallo di Massimo Lerose

 

Marvin non era un gran bevitore. O almeno non riusciva a tenere testa ai commilitoni della 92ª Divisione “Buffalo”. Era il più giovane e il meno esperto, ma la somma dava lo stesso, identico color nero della pelle. Aveva preso a bere a ritmi da mitragliatore M2 dalla stessa mattina del 17 agosto 1944 in cui arrivò a Barga.

- Ehi, negretto – lo chiamò uno più colored di lui – passami la bottiglia.

- Questo vino rosso fa andare fuori più del fumo che vende mio cugino a New Orleans – fece notare il nero con alcune decorazioni sul petto.

- Sì, col cazzo! – disse un mulatto scolandosi la bottiglia.

Il piccolo Marvin capì l’antifona e scese nella cantina del vecchio cascinale Collodi. I ragazzi erano malinconicamente allegri perché quel giorno nessuno aveva dovuto sparare, ma senza quel fottuto vino toscano non avrebbero fatto dei sani sogni americani.

- Merda! È finito!

 

Andrea Collodi era un gran bevitore. Riusciva a tenere testa a tutti i vecchi della Garfagnana. Faceva il falegname e da quando era cominciata la guerra era uno dei pochi che aveva continuato a lavorare. Prima con i tedeschi, che lo avevano assunto come fabbricante di bare per i loro morti ariani, e poi con i neri americani, che gli avevano chiesto di fare da oste nel suo grande cascinale nella campagna lucchese di cui avevano preso possesso come base.

- Ehi, Mister! – fece Marvin con la voce da uno appena svezzato indicando l’ultima bottiglia vuota – No wine! It’s finish!

- E lo saprò ben, bene – rispose scuotendo il capo il signor Collodi – son tre anni che ‘un si fa la vendemmia.

Il ragazzo-soldato aveva l’aria smarrita, come quando vagava sulle sponde del Missouri in cerca di rane da usare come esca per pescare.

- Finito – cercava di spiegarsi il toscano baffuto dimenando le mani davanti agli occhioni sporgenti del giovane – Vino… fi-ni-to!

Marvin fece ok con la mano – You avere whyskie? Rhum?

- Magari! Ci s’aveva la grappa, ma s’è bell’e finita anche quella!

Il ragazzo imprecò in slang ma il signor Collodi capì benissimo.

- Ci penso io, ragazzo – disse picchiettando l’indice sul proprio petto – io… fare… alcol… per voi.

 

Due giorni e qualche morto dopo, il signor Andrea si presentò dal sergente con tre bottiglie di vetro trasparente contenenti un liquido giallo chiaro, come un delicato vino bianco.

- Cosa essere? – chiese il nero al comando dei “Buffalo”.

- Distillato.

- What? – chiese perplesso l’americano.

- Alcool.

- Oh! Good… thank you so much!

- Grazie mister Andrea – fece Marvin con un sorriso avorio e con la mano destra che segnava l’ok.

 

Nei quindici giorni successivi ci furono bevute deliranti, battaglie perse e diserzioni coraggiose. I “Buffalo” erano, in tutti i sensi, le pecore nere fra gli Alleati. Ragazzi poco avvezzi alla guerra tattica, loro così atavicamente istintivi, e agli ordini di yankee slavati che li trattavano come i tedeschi facevano con gli italiani, ritenendoli, cioè, in tutto e per tutto esseri inferiori.

Marvin era diventato un gran bevitore e ora riusciva a tenere testa anche al sergente.

- Ehi, negretto – lo chiamò uno dei tanti neri steso sulle brande poste alla rinfusa nel salone del casolare Collodi – voglio un tuo parere su questo torcibudella che mister Andrea tira fuori da chissà dove.

- Di gran classe – rispose sicuro il ragazzo.

Ci fu una risata collettiva che fece tremare le pareti in pietra viva. Marvin non capiva se aveva fatto colpo o se lo stessero prendendo per il culo.

- Vorrei solo sapere con cosa cazzo lo fanno – si chiese uno col tatuaggio I love Jesus mentre esaminava attentamente il fondo della bottiglia.

- Con che cazzo vuoi che lo facciano, Al? Con l’alcol!

Le risate furono ancora più forti. I “Buffalo” quella sera se la stavano proprio spassando, anche quelli che avevano qualche arto fasciato per colpa di schegge nemiche.

Al non era un nome, né il diminutivo di un nome. Al era l’abbreviazione di Alabama, lo stato del sud da dove proveniva la maggior parte di loro. Molti di loro erano Al.

- Certo, Al. Con l’alcol, Al – insistette il tatuato – ma vorrei sapere con cosa lo mischiano questo dannato alcol, Al.

Il sergente annuì – Al ha ragione. In paese non c’era più un cazzo di niente e tutt’a un tratto mister Andrea se ne viene fuori con il coniglio dal cilindro.

- Chi se ne fotte! Mi piace il coniglio! – gli altri continuarono a ridere – A te piace il coniglio, negretto? – Marvin smise di ridere, sentendosi di nuovo al centro dell’attenzione – O vuoi sapere anche tu da quale buco del culo è uscito fuori?

Il ragazzo prese coraggio e fingendosi un duro disse – Se c’è da scoprire da dove è saltato fuori il coniglio io ci sto. Così la piantiamo una volta per tutte di parlare come checche isteriche e torniamo alle nostre bottiglie.

I “Buffalo” rimasero esterrefatti e ammirati dalla nuova loquacità del piccolo soldato, poi si guardarono e deflagrarono in una risata di approvazione con tanto di ben detto e di amen, fratello.

Il sergente gli si avvicinò – Ok, Marvin. Fai questa piccola indagine per noi.

- Sì, negretto. Giochi meglio con la lingua che col fucile.

- Scopri con che cosa è fatta questa delizia… e porta altre bottiglie!

 

Andrea Collodi entrò dalla porta di servizio di un cascinale che era stato bombardato dagli Alleati quando era zeppo di SS ed ora sembrava disabitato.

Marvin lo aveva seguito discretamente fin da quando aveva lasciato il paese. Il ragazzo americano si era nascosto dietro una grande quercia e spiava il nulla, per ora, visto che se qualcosa stava succedendo, accadeva all’interno delle mura, dietro quella porta di servizio.

Passarono tre ore nelle quali Marvin si era più volte sgranchito le gambe con semplici esercizi per allungare i muscoli e nelle quali il signor Collodi non si era visto né sentito.

Finalmente gli occhi sporgenti del soldato videro la porta riaprirsi e mister Andrea uscirne con una bottiglia per mano, dileguandosi poi lungo il sentiero che portava a Barga. Marvin aspettò quei cinque minuti di sicurezza e poi, furtivo, si avviò al cascinale. La porta non era chiusa a chiave e bastò il tocco del suo palmo bianco scuro per cacciarla indietro. Entrò, ma non fece in tempo a trovare una cosa interessante da osservare che qualcosa lo colpì violentemente sulla testa, mandandolo ko come quei pugili bianchi che suo padre, da giovane, aveva steso in numero maggiore degli Stati degli Usa col suo montante sinistro.

 

- Ma dove cazzo è finito il negretto?

- Parli di Marvin, Al?

- Conosci altri negretti qui dentro?

Il sergente guardò fuori dalla finestra il cui vetro era andato in frantumi ormai da tempo. Barga era avvolta da un buio tutto garfagnino e del piccolo soldato, ovviamente, neanche l’ombra.

- Per me si è imboscato – disse quello col tatuaggio di Gesù.

- E pensi che non abbia fatto bene? – disse uno a cui la mancanza di alcol stava dando ai nervi.

- Farò finta di non avervi sentito – disse il sergente mantenendo lo sguardo oltre la finestra – però voglio che due di voi vadano di pattuglia a cercare Marvin.

I soldati della 92ª Divisione “Buffalo” sbuffarono come bisonti stanchi dell’ennesimo attacco dei pellerossa, si squadrarono l’un l’altro come i predatori alla ricerca di una gazzella facile e smozzicarono parole che la voce bassa portò sul pavimento.

- Ok – fece il sergente – Lou. Mike. Alzate i culi dalle brande e portatemi qui quel negretto!

 

Il buio era Barga. Barga era buia.

Solo qualche lume rimaneva a combattere la guerra con l’oscurità, in case che ne avevano le scatole piene di tedeschi, americani, partigiani e fascisti.

- Hai sentito che venticello, Lou?

- Ho la divisa uguale alla tua, Mike. Lo sento il vento, lo sento.

I due “Buffalo” si aggiravano per le stradine del paese come cani randagi in cerca di un osso da rosicchiare. Ma neanche i cani c’erano in giro con quel vento.

- Come lo troviamo, il negretto? Bisognerebbe chiedere in giro.

- Vuoi andare a bussare ad ogni cazzo di porta?

- No – fece Mike pensandoci un po’ su – proviamo all’osteria.

Trovarono chiuso. Fuori l’unica osteria del paese, seduti su una panca di legno posta su due mattoni, c’erano Andrea Collodi, il loro fornitore di alcol, e un signore di qualche anno più grande che giocavano a carte.

- Buonasera – fece il vecchio togliendosi il cappello che teneva caldo il capo pelato.

I soldati americani si tolsero l’elmetto e salutarono con la mano.

- Se siete venuti per l’alcol, qui non ce n’è – disse il signor Collodi scuotendo la testa, mentre con il pollice che fuoriusciva dal pugno chiuso imitava una bottiglia.

- No alcol, mister Andrea – chiarì Lou – noi cercare Marivn.

- Voi avere visto?

Il signore anziano chiese all’amico se fosse un soldato giovane e nero. Una volta avuta conferma rispose – L’ho visto che andava al cascinale fuori le Fornaci, sulla via per Castelnuovo – e con la mano che reggeva le carte gli indicò la strada.

 

Mike e Lou borbottavano ognuno per conto suo. Contro il freddo, il buio, la malasorte e quel idiota di Marvin che si era cacciato chissà dove. Dopo venti minuti di cammino arrivarono al cascinale, illuminato per fortuna dalla luna quasi piena. Sapevano che era disabitato, ma si avvicinarono con circospezione.

- Marvin! – chiamò Lou a voce prudentemente media.

Mike gli diede uno schiaffo sull’elmetto – Vuoi anche sventolare la bandiera?

- Non ci sono tedeschi da queste parti.

- I tedeschi sono dappertutto, Lou – e impugnò stretto il fucile.

Si avvicinarono alla porta d’entrata. Chiusa. Sbirciarono dalle finestre, ma dentro sembrava più buio che fuori. Decisero di dividersi, accerchiando il cascinale, per ritrovarsi sul retro.

Lou girò il primo angolo. Tutto tranquillo. Girò il secondo. La luna non rischiarava troppo quel punto sul retro del cascinale, ma dalla porta di servizio sembrava spuntare qualcosa raso terra. Lou faceva un passo ogni cinque secondi, allineando i piedi come una modella di Coco Chanel. Si sporse in avanti per capire cosa fosse quel che ormai era certo spuntava dalla porta.

- Cosa caz…uch! – non fece in tempo a farsi la domanda che qualcosa lo colpì fra capo e collo. Non stramazzò al suolo, perché chi lo aveva colpito lo prese in tempo e lo adagiò in terra, al fianco del corpo senza vita di Marvin.

 

Mike girò il primo angolo. Tutto tranquillo. Girò il secondo. La luna non rischiarava troppo quel punto sul retro del cascinale, ma dalla porta di servizio sembrava spuntare qualcosa raso terra. Due cose.

‘Merda!’ pensò. E fece in tempo a pensare solo quello. Una botta dietro la schiena e cadde tramortito a terra. Un’altra botta, ancora più violenta, lo colpì sulla testa. Riuscì solo a maledire se stesso per non aver allacciato bene l’elmetto.

 

- Ehi, Al – disse il soldato più anziano mostrando la bottiglia vuota – siamo a corto di alcol.

- Vuoi che ci pisci dentro, Al?

Tutti sorrisero amaramente. Era quasi l’alba e tre dei Buffalo non erano rientrati alla base. Il sergente non aveva fiatato per tutta la notte, sovrapponendo il proprio silenzio al russare pesante di alcuni bestioni dell’Arkansas.

- Sergente – chiese uno degli “Al” – che ne facciamo?

- Di cosa? – rispose il graduato rischiarandosi la voce.

- Dei tre negri lì fuori.

Il sergente, con le mani dietro la schiena, fissò a lungo i suoi uomini.

- Alzate il culo dalle brande. Zaino in spalla e fucile in braccio. Restano solo i cinque di guardia – gli uomini si alzarono di scatto – Li andiamo a prendere!

 

Il gallo cantava da una mezz’ora buona, ma non fu la sua ugola arzilla a far svegliare Lou. Le sue narici si dilatarono contro natura e inspirarono un tanfo maggiore delle fogne a cielo aperto di certi quartieri della sua Chattanooga. Provò ad imprecare, ma il bavaglio che gli serrava la bocca gli impedì di peccare con una bestemmia inutile. L’orribile puzza non sarebbe svanita.

Mike aprì gli occhi sulla luce fievole dei raggi del sole che filtravano da una finestra consumata dal tempo. L’ultimo ricordo che aveva era più nero della sua stessa pelle. Provò a guardarsi intorno e capì subito alcune cose fondamentali: era immobilizzato, imbavagliato e il corpo che le sue dita dietro le spalle sfioravano doveva essere di quel cretino di Lou.

Le teste dei due soldati della 92ª Divisione “Buffalo” erano libere di ruotare quanto volevano e potevano. Mike mandò il mento a sinistra e Lou fece altrettanto a destra. Si ritrovarono guancia a guancia come due ballerini di tango. Mike tentò di rimproverare il commilitone con la sola forza dello sguardo. Ma Lou era atterrito. I suoi occhi piangevano. Erano rossi di paura. E guardavano davanti a loro.

Mike angolò la testa quel tanto che bastava e vide quello che stava cercando dalla sera prima. Il corpo del giovane Marvin giaceva a terra, pancia in aria e mani giunte sul petto. Gli occhi chiusi sancivano definitivamente la sua morte.

 

Lo stivale sporco di fango colpì così forte la porta che il legno si crepò. Una dozzina di Buffalo entrò coi fucili spianati dall’ingresso principale del cascinale segnalatogli. L’istinto prevalse su i più, che non poterono fare a meno di portarsi la mano a coprirsi naso e bocca. La puzza era troppa.

Il sergente, pur provato dal forte tanfo, avvistò il signor Collodi vicino una grande botte. Si precipitò da lui puntandogli il fucile. Vide che stava trafficando con delle bottiglie e riconobbe il distillato che gli piaceva tanto.

Andrea Collodi alzò istintivamente le mani in alto, come aveva fatto quel giorno che nella sua falegnameria erano entrati i tedeschi.

L’uomo al comando della 92ª Divisione osservò il liquido che fuoriusciva dalla botte ed ebbe un brutto presentimento.

- What is this? – urlò il sergente prendendolo per il bavero della camicia – What fuck is this?

- Non capisco – disse Andrea con la voce tremante.

- Cosa essere questa merda? – scandì il nero con gli occhi iniettati di sangue.

- Bottino… la si chiama Bottino.

Il sergente lo lasciò. Sembrava si fosse calmato. Prese una bottiglia che era già a metà imbottigliamento e la allungò al signor Andrea.

- Drink!

Collodi prese il Bottino.

- Drink! – insistette il sergente.

- ‘un mi garba – disse quasi soffiando.

Il militare prese la mano che teneva la bottiglia e, con la forza, gliela portò alla bocca, che mister Andrea teneva serrata in una smorfia di disgusto.

Quello col tatuaggio di Gesù si appoggiò ad una porta per gustarsi meglio la scena. Ma la porta era socchiusa e il soldato finì in terra creando un trambusto tale che alcuni puntarono il fucile credendo in un’imboscata.

- Ehi! – indicò uno degli Al oltre la porta aperta – ecco dov’erano finiti i negri!

 

La liberazione di Mike e Lou. La gioia.

La scoperta del cadavere di Marvin. La rabbia.

I due parlarono, spiegarono. I restanti ascoltarono, intesero.

Il sergente tornò nella stanza principale a passi decisi. Lì, sotto la minaccia di un fucile e con le braccia provate dalla stanchezza per farle stare su, c’era il signor Collodi. Il militare gli arrivo faccia a faccia, col muso nero che dominava dall’alto. Dalle narici fuoriusciva tutta la sua furia.

- Giuro che ‘un son stato io! – urlò il signor Andrea.

Il Buffalo lo intimoriva solo con lo sguardo. Chiamò a se uno dei suoi uomini, quello che parlava meglio l’italiano. Gli disse solo due parole: ascolta e traduci.

- ‘Un son stato io!

Quello traduceva nell’orecchio sinistro del graduato.

- Non lo sapevo neanche che erano lì dentro – continuò facendo impazzire i suoi occhi che andavano dal sergente al traduttore, avanti e indietro – io entro dalla porta principale. ‘Un ci vò mica nel retro.

Quello continuava a sibilare e tradurre.

Il sergente sapeva riconoscere un uomo che mente. Soprattutto se minacciato da un fucile. Pensò che, o mister Andrea era un grande attore, oppure stava dicendo la fottuta verità.

- Sta venendo qualcuno – disse il soldato di guardia alla finestra.

Tutti si abbassarono per non farsi vedere. Il sergente prese Collodi per la camicia e lo strattonò dietro la grande botte.

- Sta andando sul retro.

 

Sandro Gragno era “il” bevitore. Nessuno gli teneva testa fra i vecchi della Garfagnana. Ed era anche il più grande giocatore di carte, specie in coppia per lo scopone col suo amico di una vita Andrea Collodi.

L’uomo si avvicinò alla porta sul retro del cascinale con in mano un sacco che strascicava lungo il sentiero battuto. Prese una chiave in ferro di quelle lunghe dalla tasca del pantalone. La infilò nella toppa, diede tre mandate e spinse la porta verso l’interno.

- Stop! – gli urlò uno dei soldati puntandogli il fucile al petto – Don’t move!

Il signor Sandro era pietrificato, spaventato, confuso, sudato.

Uno dei Buffalo gli arrivò alle spalle gridandogli di gettare il sacco. Il garfagnino si girò di scatto, urlando per lo spavento e gettando all’aria quello che teneva in mano.

Gli sguardi di tutti seguirono la traiettoria aerea del sacco. Solo il colpo che partì non ebbe modo di vederne l’arrivo.

 

- Per dio! – sbraitò il sergente – Chi cazzo ti ha ordinato di sparare?

- Mi è partito il colpo, signore!

- A questo gli stanno partendo le budella! – fece uno che reggeva la testa agonizzante di Sandro Gragno.

Il garfagnino si reggeva quel che fuoriusciva dalla pancia. Sangue e qualche altra cosa di un rosa sporco di rosso. Balbettava qualcosa, scuotendo il capo.

Arrivò il traduttore, avvicinò il suo orecchio nero alle labbra viola di mister Sandro e tradusse veloce.

- Dice che è stato lui… ma che non voleva uccidere Marvin…

Il signor Gragno continuava a trovare le forze.

- Dice che lo ha colpito perché stava scoprendo quella merda di la… voleva salvare mister Andrea.

Mister Sandro sputò un po’ di sangue sul colletto della divisa del traduttore.

- Dice che quando quei due gli hanno chiesto dov’era Marvin ha fatto la stessa cosa con loro… ma che solo quando è tornato qui per fermarli si è accorto che quello era morto.

Sandro Gragno sbavò sangue e abbandonò la testa a se stessa e la vita a chissà chi.

 

Andrea Collodi era diventato il più grande bevitore della Garfagnana. Sandro era morto per colpa sua, per quella paura che aveva avuto nel dire di no alla richiesta di alcol da parte dei soldati neri americani.

Il sergente andò verso di lui. Voleva quasi chiedergli scusa per quel colpo partito per caso, ma poi pensò che con la storia del negretto Marvin ucciso per caso adesso stavano pari, anche se era un pareggio che sapeva di sconfitta per entrambi.

- Mister Andrea – il sergente cercò di usare tutta la calma che non aveva più ormai da tempo – tu no essere stato, ok – e indicò l’altra stanza.

Andrea pianse di liberazione.

- Io volere sapere ora – continuò il graduato – perché tu avere dato noi questa… merda.

- Paura – singhiozzò l’uomo – paura che voi ve la prendeste con me, perché ‘un ci s’aveva più nulla da darvi da bere.

Il traduttore col colletto sporco di sangue fece il suo lavoro e il sergente sorrise amaramente.

 

Andrea Collodi, davanti alla bara dell’amico Sandro, ripensò a quella sera che gli venne la brillante idea che aveva portato i fatti a precipitare tragicamente.

Si erano ritrovati come ogni sera all’osteria. Giocarono a scopone e, naturalmente, vinsero. Una volta all’aria aperta, Andrea raccontò il fatto che quegli ubriaconi degli americani volevano altro da bere, ma che lui aveva finito la scorta, di vino, di distillati, di tutto.

Sandro Gragno sbottò a ridere, ignaro di aver firmato la sua condanna a morte, dicendo – Quelli la si berrebbero anche la pisciata!

E fu proprio quello che Andrea Collodi, falegname di Barga in Garfagnana, inventò per i salvatori alcolizzati americani: pisciata distillata, detta anche “il bottino”.

 

 

 

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  • Massimo Lerose
  • Massimo Lerose nasce nel 1978.
E' attore, regista e scrittore.
Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio".
Per alcuni è un "talento sprecato".
Per pochi è semplicemente Massimo.
La sua casa è il mondo.
Il suo mondo è Terracina."
  • Massimo Lerose nasce nel 1978. E' attore, regista e scrittore. Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio". Per alcuni è un "talento sprecato". Per pochi è semplicemente Massimo. La sua casa è il mondo. Il suo mondo è Terracina."