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15 novembre 2010 1 15 /11 /novembre /2010 10:25

Emme lo straniero è un pezzo di Teatro Civile, un monologo che ho scritto per il Terracina Book Festival e che ho interpretato durante la tre giorni culturale. Lo porterò in scena fin quando ci sarà bisogno di sentir parlare di questi temi... temo per sempre...

 

Zio-Nicodemo-e-Papa-Mario--Anni--50.jpg

 

a M. che ha il cuore da cittadino del mondo

 

Emme lo straniero

 

(parte Strangers in th night cantata da Frank Sinatra, che sfuma dopo la prima strofa)

(l’attore segue la musica guardandosi intorno, nelle 4 direzioni dei punti cardinali, poi, al pubblico)

 

Emme è un ragazzetto poco più basso dei suoi amici, poco più riccio dei suoi fratelli e poco più sorridente dei suoi concittadini, che poi proprio concittadini non sono, anche se per poco… pochi anni e pochi chilometri.

Da piccolo Emme si è già trasferito dall’oriente della natia C. alla più occidentale C., poco più C. di quell’altra. Qui Emme capì subito che per gli abitanti di C., l’occidentale C., lui è uno straniero. Anche se a C. sono tutti più o meno bassi come lui, Emme è uno straniero. Anche se a C. sono tutti più o meno ricci come lui, Emme è uno straniero. Anche se a C. sono tutti più o meno sorridenti come lui, Emme è uno straniero.

Allora Emme decide di andare via da C. e magari trovare un posto dove sono, sì, diversi da lui, ma in cui, almeno, non è considerato uno straniero. Dunque, Emme affronta il viaggio, più lungo, più insidioso che un ragazzetto basso, riccio e sorridente possa affrontare, il viaggio verso R., che è la più R. di tutte al mondo.

Emme quindi si dirige verso nord, che fa strano per uno che in vita sua è sempre andato dall’est della sua C. all’ovest dell’altra C. e viceversa se doveva tornare per natale, pasqua o festa del paese.

Il nord è su, poco o molto più su di dove stai… dipende pure dove vai, certo, ma Emme sa che R. sta parecchio a nord rispetto a dove vive lui. Glielo ha detto il papà che un bel giorno è partito da C. ed è andato a R. col treno per cercare un lavoro che sfamasse Emme e gli altri fratelli più o meno bassi, ricci e sorridenti come lui; si perché a C. è quasi impossibile trovare un lavoro, ma anche un treno che passi per quelle terre non è cosa di tutti i giorni… ma nonostante ciò tutti sono più o meno sorridenti, oltre che bassi e ricci.

Insomma Emme prende uno di questi rari treni, si siede in mezzo a gente che viene più o meno da tutte le parti e dopo un lungo viaggio arriva ad R., che è molto più grande della sua C. natia e della C. adottiva messe insieme, tant’è che Emme si meraviglia di quanta gente ci sia.

Qui ci sono persone anche molto più basse, molto più ricce e molto più sorridenti di Emme. Ma per gli abitanti di R., Emme è uno straniero, più o meno come gli altri.

Qui a R. ci sono quelli che vengono da sud come lui, ma anche quelli che arrivano da ancora più sud. Emme non ci credeva: nessuno gli aveva spiegato che c’è sempre un posto più a sud del tuo, da qualche parte.

Qui a R. vengono anche da ovest, est e perfino dal nord.

“Tutte le strade portano a R.” gli aveva detto il papà quando era tornato a C. dopo tanti anni di sacrifici, mentre i concittadini ormai lo chiamavano “lo straniero”; allora Emme aveva capito che essere straniero era uno status symbol.

Dipende anche da che status vieni: da nord, sud, est o ovest.

(buio)    (luce)

Dopo alcuni anni passati a barcamenarsi a R., Emme trovò l’amore di E. e decise di rimettersi in viaggio e trasferirsi a T., poco più a sud di R. ma comunque molto ma molto più a nord delle due C. dove era nato e vissuto.

A T. sono tutti un po’ più alti di Emme, tutti un po’ più lisci e molto ma molto meno sorridenti. Il sorriso non è una prerogativa degli abitanti di T. che, invece, secondo Emme, avrebbero tutte le ragioni per esserlo. Forse per questo anche a T. lo reputavano uno straniero. Anche quelli che negli anni erano diventati i suoi amici e addirittura i suoi parenti acquisiti lo vedevano solo come quello basso, riccio e sorridente. “Che c’avrà mai da ride’?” pensavano gli alti, lisci e seri abitanti di T.

Nessuno, a parte il suo grande amore E., aveva capito che Emme era tale e quale a loro: aveva due braccia… più o meno lunghe come loro; due gambe… più (resta perplesso) va be’, meno lunghe delle loro; una testa… esattamente come loro… sì, qualche capello riccio in più ma… piena o vuota, sarebbe stata quella la differenza da vedere, ma agli stranieri, chissà perché, nessuno guarda mai nella testa.

Emme era ed è uguale agli altri abitanti di T., altro che straniero! Così come lo era stato di R., la nordica e accentratrice R., o di C., l’occidentale C.

Ormai sono quasi 40 anni che Emme vive a T. In questo lasso di tempo, alcuni abitanti di T. hanno man, mano accettato Emme per quello che è, basso, riccio e sorridente, quasi dimenticandosi il luogo di provenienza, come si fa per un frutto esotico che prima si guarda con disprezzo e poi, una volta assaggiato, ci piace moltissimo. La popolazione restante, appurata l’integrità morale del nostro Emme nel corso del tempo, lo ha classificato come “straniero, sì, ma di quelli che vanno bene… se solo cambiasse quell’accento un po’ troppo del sud!”.

“Si fa presto a cantare che il tempo sistema le cose” diceva un suonatore del nord, molto più a nord anche di R., ma Emme andò avanti per la propria strada, senza domandarsi mai se questa portasse a nord, sud, est o ovest… “l’importante” pensava Emme ricordando il padre detto Lo Straniero “è che le strade mi portino a casa, dalla mia cara E., un po’ come il detto che tutte le strade portano a R…. e che mi ci porti in tempo!”.

(prende un foglio che trova per terra e legge)

“Il tuo Cristo è ebreo e la tua democrazia è greca. La tua scrittura è latina, e i tuoi numeri arabi. La tua auto è giapponese. Il tuo caffè è brasiliano. Il tuo orologio è svizzero e il tuo walkman è coreano. La tua pizza è italiana e la tua camicia hawaiiana. Le tue vacanze sono turche, tunisine o marocchine. Cittadino del mondo, non rimproverare al tuo vicino di essere straniero.”

(accartoccia il foglio e lo lascia cadere)

Emme lo lesse all’età di 63 anni, lo lesse oggi… non sono i tempi verbali ad essere sbagliati, sono i tempi in cui viviamo ad essere strani, anzi, stranieri.

 

(parte “Svegliatevi italiani” di Mannarino)

(l’attore si infila una giacca e un cappello militare e arringa il pubblico come farebbe un soldato)

 

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali". "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".

Da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.

 

(parte “Tevere Grand Hotel” di Mannarino” mentre l’attore si cambia, diventando un antico oratore greco, con una tunica)

 

Qui ad Atene noi facciamo così.

 

 Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

 Qui ad Atene noi facciamo così.

 Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

 Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

 Qui ad Atene noi facciamo così.

 La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

 Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

 Qui ad Atene noi facciamo così.

 Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

 E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

 Qui ad Atene noi facciamo così.

 Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

 Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

 Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

 Qui ad Atene noi facciamo così.      Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

 

(parte Strangers in th night cantata da Frank Sinatra fino alla fine sul saluto dell’attore)

 

 

 

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Massimo Lerose
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  • Massimo Lerose
  • Massimo Lerose nasce nel 1978.
E' attore, regista e scrittore.
Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio".
Per alcuni è un "talento sprecato".
Per pochi è semplicemente Massimo.
La sua casa è il mondo.
Il suo mondo è Terracina."
  • Massimo Lerose nasce nel 1978. E' attore, regista e scrittore. Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio". Per alcuni è un "talento sprecato". Per pochi è semplicemente Massimo. La sua casa è il mondo. Il suo mondo è Terracina."