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4 gennaio 2010 1 04 /01 /gennaio /2010 12:08

Mi vergogno un po', lo ammetto. Ma non  l'ho fatto apposta, giuro. Chi mi conosce sa che a sbagliare sono bravissimo, ma mai, e sottolineo mai, lo faccio con cattiveria. Per colpa dei miei non è nel mio dna.
Mantenere un blog sugli scrittori pericolosi e non inserire, fin'oggi, neanche una donna potrà sembrare un perverso giochetto maschilista, un'invidia della penna (e non del pene...maschile, singolare, senza consonante nasale raddoppiata), un millenaristico riaffermare quel potere usurpato alla Dea Madre (il mio MALARIA e, soprattutto, l'ultimo che sto scrivendo ne parlano abbondantemente). Parola di lupetto che non è così.
Ho sempre creduto che la femminuccia, nella sua meravigliosa diversità, sia uguale al maschietto (un giorno magari vi posto un monologo teatrale scritto anni fa per la bravissima Greta Marzano).
Il mio solito preambolo incasinato come la mia mente voleva dire che se oggi, 4 gennaio 2010, e solo oggi pubblico per la prima volta una donna, una Scrittrice Pericolosa, è puramente casuale, e che gli psicanalisti si sbizzarriscano pure! Non ho sognato nessun corvo nero che mi entrava in bocca, tranquilli!!!

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Pubblico un racconto di Irene Chinappi, giornalista del quotidiano IL TERRITORIO e conduttrice del telegiornale di TELE ETERE. Lo pubblico perché per me è stato pericoloso. Mi ha fatto ricordare che l'approccio alle cose non deve essere prevenuto. Conosco Irene sia come persona che come giornalista, conosco il suo modo di scrivere, serio, da cronista, a volte passionale ma mai sopra le righe o di parte. Dunque, mi sono tuffato a leggere il suo Lo scherzo del calabrone con la malsana pregiudizievole idea che lei scrivesse SOLO cose serie (ho letto anche altri suoi racconti, romantici, sognanti). E invece dopo poche righe mi ritrovo a ridere nel bel mezzo della redazione  di un giornale, Il Territorio appunto, mentre altri scrivevano di incidenti mortali, rapine a mano armata e scandali politici.

La guardo alla tastiera del suo computer, immersa nel suo mare di riccioli (senti chi parla! direte voi!) e le dico Non me l'aspettavo, la frase che ogni scrittore vorrebbe sentirsi dire.

 

 

Lo scherzo del calabrone

di Irene Chinappi

Aveva indossato un vestito acquistato per l’occasione. Elegante e casto. Classico per evitare di cadere nel banale e soprattutto per non insinuare nella mente di una folla gessata, composta ed erudita, pensieri inadeguati all’occasione. Quando la signorina Filomena Celletti, impiegata comunale, salì i quattro scalini che portavano al palchetto in legno sistemato nell’antica chiesa sconsacrata e adibita a sala concerti, il mormorio si fece più lieve. S’interruppe completamente quando le labbra di lei, truccata e profumata, si prepararono all’emissione vocale. Quel che ne venne fuori fu un grottesco suono in falsetto che, interpretando le esatte parole scritte su uno spartito sistemato sul leggìo, annunciava l’imminente esibizione di tal Fosco Rettondini, violoncellista di fama internazionale, venuto ad esibirsi nel piccolo villaggio di campagna grazie all’intercessione del professor Goffredo Mantovani, noto economista nonché docente universitario appassionato di musica classica e influente in diversi ambienti dell’alta società.

Seguì un applauso formale e ordinato, significante un omaggio al noto violoncellista, il quale recava la severa consapevolezza che quella che sarebbe seguita avrebbe dovuto essere un’esibizione perfetta. Rettondini quasi non riusciva a muoversi nel suo frac inamidato. Era abituato a platee molto più numerose nelle sale da concerto di tutta Europa. Ma sapeva benissimo che ogni sua performance equivaleva ad un esame. Se il pubblico fosse rimasto soddisfatto sarebbe stata solo un’ulteriore conferma della professionalità e della bravura acquisita con il talento nutrito da anni e anni di studio. Il guaio era se fosse andata male. Un errore, il minimo percettibile, avrebbe avuto eco in tutti gli ambienti internazionali che era abituato a frequentare. E gli sarebbe costato caro. Per questo, e per quell’infantile emozione che ancora lo sorprendeva ogniqualvolta doveva esibirsi, Rettondini era teso mentre saliva i quattro scalini del palco. Si prese tutto il tempo per sistemare davanti a sé lo strumento e poggiarlo sulla spalla. In quel momento l’austera platea poteva gustarsi compiaciuta l’attesa, calcolata nel tempo giusto per non essere né poca né troppa.

Il musicista raccolse l’arco e con un ampio gesto disegnò in aria un’impercettibile premessa sonora al concerto. Poi furono le note a tagliare l’aria. Iniziò il Preludio di Bach, suite n.1 per violoncello. Imponente e vibrante. Seguirono Beethoven e Debussy ma il finale fu affidato al Volo del calabrone di Korsakov. L’energia che Rettondini mise nell’esecuzione dell’ultimo brano lo fece diventare paonazzo. Sul suo volto rotondo e appena rasato iniziarono a scivolare abbondanti gocce di sudore che gli s’infilarono nella strozzatura del collo di camicia.

Era completamente assorto nell’esecuzione che durò poco più di un minuto quando successe l’irreparabile. L’animaletto ronzante che l’esecutore aveva fatto svolazzare per la sala grazie alle superbe vibrazioni delle corde del suo violoncello stava per posarsi che già il pubblico era pronto a far partire un applauso scrosciante. Pur sempre composto ma carico di soddisfazione. Il professor Mantovani pregustava, gonfio d’orgoglio, i complimenti dei suoi nobili amici e cultori delle belle arti. E sua moglie faceva altrettanto nei confronti delle profumate signore ingioiellate che sedevano accanto ai rispettivi austeri mariti. Il sindaco, che non ne capiva molto, aveva tuttavia colto nell’espressione degli ospiti l’approvazione attesa. E a mente aveva iniziato a recitare le prime frasi del discorso di ringraziamento che avrebbe tenuto di lì a poco. Pure il buffet imbandito di appetitose prelibatezze e vini ricercati, era pronto ad accogliere gli arzilli rappresentanti del più nobile antiquariato nazionale.

Ma quando il calabrone finì la sua corsa la platea non ebbe il tempo di esprimere la sua contentezza. Rettondini era talmente madido, gonfio e teso per lo sforzo appena compiuto che non riuscì a controllare la risposta più naturale e inequivocabile che il suo corpo si sentì libero di dare alla fatica.

L’enorme e lungo fragore prodotto dalla vibrazione della carne sottoposta ad una forte insufflazione non lasciò alcun dubbio negli astanti che sapevano ben distinguere il tocco del violoncello da quello dello strumento che avevano appena udito.

Il silenzio calò in sala. Rettondini, completamente solo sul palco, restò pietrificato.

Il microfono aveva per giunta accentuato il rumore che le sue membra avevano prodotto. Il sangue del musicista era gelato. Tutti lo fissavano sconcertati. Non c’era via di scampo. Quel lasso interminabile di tempo durò una decina di secondi nei quali Mantovani riuscì a sgattaiolare fuori dall’auditorium. E il sindaco lo seguì.

Fu la signorina Celletti a prendere in mano la situazione. Si fece coraggio, salì i quattro scalini del palchetto e afferrò il microfono: «il maestro Fosco Rettondini ha eseguito per noi Il volo del calabrone, per violoncello e trombone».

E allora qualcosa di imprevedibile accadde nelle viscere degli invitati. Sul volto di ognuno iniziò a disegnarsi un irrefrenabile sorriso, a qualcuno venne fuori un ghigno finché tutti si lasciarono andare ad una enorme, fragorosa e distensiva risata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Massimo Lerose
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  • : Meglio stare all'Indice che al medio... Scrittori Pericolosi, non scrittori fottuti!
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  • Massimo Lerose
  • Massimo Lerose nasce nel 1978.
E' attore, regista e scrittore.
Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio".
Per alcuni è un "talento sprecato".
Per pochi è semplicemente Massimo.
La sua casa è il mondo.
Il suo mondo è Terracina."
  • Massimo Lerose nasce nel 1978. E' attore, regista e scrittore. Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio". Per alcuni è un "talento sprecato". Per pochi è semplicemente Massimo. La sua casa è il mondo. Il suo mondo è Terracina."