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1 ottobre 2009 4 01 /10 /ottobre /2009 16:54

Pubblico qui di seguito il mio racconto pubblicato sulla rivista letteraria PROSPEKTIVA numero 47

Zio Alfred e l’ambiguo giallo di Vertigo

 

Chiudo il rubinetto dell’acqua calda e porto l’asciugamano al viso, stropicciando bene le rughe; il flusso del liquido trasparente va giù, come in un vortice, magneticamente attratto dal buco nero del lavandino. Quel ruotare antiorario mi ricorda che anch’io ho sempre avuto le vertigini, acutizzate da quel maledetto giorno in cui cominciai a lavorare per Zio Alfred.

Sono l’investigatore Mac Loud e circa cinquanta anni fa risolsi il caso Vertigo; uso la parola “circa” perché ne sono passati di rigidi inverni e ne ho dovuti buttare giù di whisky! Uso circa perché ricordo tutti i dettagli di quel fottutissimo caso, e l’anno mi sembra roba da vecchie zitelle per prestarci troppa attenzione.

Alfred Hitchcock entrò nel mio ufficio fumando un sigaro lungo quanto il pisello di quei negri che raccoglievano il cotone nei campi di mio cugino Irvin; poggiò quel suo enorme culo inglese sulla sedia senza nemmeno dirmi “Hallo!”.

- Gli italiani lo hanno fatto di nuovo! – mi disse scrutando la foto di mia madre da giovane in costume da bagno a Palm Beach.

- Le tolga gli occhi di dosso… non gliela lascerò uccidere in uno dei suoi perversi film!

Hitch mi guardò col doppio mento che ballonzolava – Sua mamma, eh?

- Come… come diavolo ha indovinato?

- Fosse stata sua moglie mi avrebbe chiesto di farla a pezzi!

Quello non mi piaceva di quei fottuti ‘bevi the’, il loro humor che non scuciva una risata neanche a pagarla pepite d’oro. Gli chiesi di venire al nocciolo e lo fece come i suoi famigerati colpi di scena.

- Ho venduto il mio ultimo film agli italiani. Lei dirà ‘buon per lei’. Grazie. Ma gli italiani hanno fatto ancora di testa loro. Lei dirà ‘gli italiani fanno sempre di testa loro!’. Ha ragione. Stavolta ero stato chiaro col mio produttore: “Niente cambiamenti! Soprattutto sul titolo!”. E lui: “Alfred, ma ti pare. Ti ho mai deluso?”. Lei dirà ‘Se è arrivato al grande successo, il produttore non l’ha mai delusa’. Ah, quanto si sbaglia, mio caro Mac Loud! Gli italiani hanno cambiato il titolo del mio Vertigo in un improbabile La donna che visse due volte. Io voglio che lei mi trovi un colpevole.

Mi girava la testa. Una vertigine acuta, nonostante il mio fondoschiena palesemente eterosessuale fosse inchiodato alla poltrona in pelle. Non che non avessi capito cosa mi avesse chiesto… mica ero rincoglionito… semplicemente non ne capivo l’utilità.

 

Dopo una traversata transoceanica passata fra le preghiere a qualche santo non meglio identificato del mangiaspaghetti seduto alla mia destra e il russare accademico di uno che aveva scritto più libri di quanti ne avesse letti, arrivammo a Roma.

Cinecittà profumava di celluloide e cipria, mentre tutt’intorno puzzava di povertà. Mi ero quasi dimenticato che quei poveracci li avevamo liberati non più di dieci anni addietro.

- Gli uffici della Universal – chiesi al panzone all’ingresso che sorseggiava una birra con su scritto Peroni.

- Americano, eh… – mi sorrise come se mi volesse ringraziare per lo sbarco di Anzio – allora dottò, terzo vialetto, scende giù fino a quando finiscono i pini, sorpassa gli esterni dell’antica Roma e se li trova sulla sinistra.

Gli italiani e la loro naturalezza di spiegarti un percorso come se fosse dritto!

Andai un po’ a caso e un po’ a sesto senso… in fondo la mia fama di detective mi precedeva anche nel vecchio continente.

Una volta trovati gli uffici, entrai e chiesi alla splendida moretta in tailleur chi fosse il capo lì dentro. Lei mi sorrise cattolicamente e mi annunciò al Dott. Anselmi.

- Siamo sempre lieti di accogliere un nostro alleato – fece, stringendomi la mano così virilmente che pensai ad un retaggio fascista rimasto nei muscoli e nei nervi dell’avambraccio italico – come posso esserle utile, signor Mac Loud?

- Con un buon Martini e qualche semplice risposta su Vertigo.

L’alleato perse in un sol colpo sorriso di benvenuto, stretta vigorosa e qualche anno di età.

- Cosa c’è? – chiesi – Le sono finite le olive?

Mi fece cenno di accomodarmi e poi cercò nervosamente qualcosa da uno scaffale che era stato spolverato solo laddove i faldoni finivano. Infatti fu costretto a soffiare sui fogli che ne tirò fuori per spazzare via polvere e segreti.

- Non so come funziona da voi – cominciò con la voce tremante – ma in Italia le cose devono passare sotto molti occhi prima di poter prendere forma.

- Non so come funziona da voi – dissi schioccando la lingua – ma se le ho chiesto un Martini non era tanto per dire.

- Mi scusi… mi scusi – lo avevo messo ancora di più in agitazione, quel poveraccio. Parlò all’interfono e dopo qualche minuto la moretta mi servì e riverì come se fossi stato il Presidente Eisenhower in persona.

- Vede Mac Loud, il fatto di cambiare titolo ad un film americano, qui, è una cosa sacrosanta.

- Non quando ci sono degli accordi col signor Hitchcock.

- Metà della nostra popolazione non conosce neanche l’italiano! – tentò di giustificarsi il Dott. Anselmi.

Sputai il nocciolo dell’oliva nel suo posacenere, centrandolo da una distanza che, a chi non avesse saputo che ero stato fra le prime scelte della squadra di basket della Michigan University, poteva sembrare siderale.

- Senta Anselmi – dissi mentre cominciavo ad avere le vertigini – non sono qui per accusarla. Il film ormai è nelle sale e nemmeno lo stuolo di avvocati di zio Alfred riuscirà a farvi cambiare il titolo o addirittura toglierlo dalla programmazione – scolai il Martini – voglio solo sapere di chi è la colpa… mi basta un nome – le vertigini aumentarono, come se non fossi abituato all’aria condizionata dal ventilatore posto ad altezza faccia.

Il capo della Universal Italia sembrava un pivellino impallidito, come un nerd alla prima interrogazione della High School. Gli cominciò a tremare la mano destra con la quale prese un bicchiere d’acqua che mandò giù assieme ad una pasticca di non so che cosa.

- Apra bene le orecchie, Mac Loud – disse nervosamente – non posso farle il nome che lei vuole.

- Addirittura – lo canzonai.

- Non posso per ragioni che vanno oltre gli accordi presi.

- Come no.

- Non posso perché è un nome che non oso neanche pronunciare!

- E chi sarà mai? Il Papa? – e risi di gusto alla mia battuta.

Il Dott. Anselmi divenne cianotico, si portò la mano destra sul braccio sinistro e cadde sul pavimento insieme alla sua sedia in pelle.

 

Avevo lasciato il mio ufficio solo per qualche fottuto giorno e quella vipera di Maggie non aveva tolto neanche la posta da sotto la porta. Spalancai le finestre facendo entrare tutti i rumori della città. Cercai del ghiaccio nel congelatore per servirmi un torcibudella di qualunque marca possibile; quella figlia di una cagna di Maggie aveva staccato il frigorifero. Bevvi un Ballantine più caldo delle mie ascelle, e proprio in quel momento entrò Zio Alfred.

- Ho saputo dell’infarto del Dott. Anselmi – disse con quel suo dannato accento inglese – e ho capito che ha risolto il caso, Mac Loud.

- Lei ci si diverte a veder morire la gente, non è vero?

- Dipende dalla fine che fanno – disse mentre sprofondava sulla mia poltrona.

Aprì la scatola di toscani che avevo portato dall’Italia e offrì un sigaro al grande regista.

- No, grazie – disse mentre tirava fuori uno dei suoi cubani lunghi e profumati di passera mulatta.

Andai alla finestra e osservai gli stormi di macchine che si muovevano a fisarmonica fra un semaforo e l’altro – Vuole prima la buona o la cattiva notizia?

- Mi delude, Mac Loud. Si capisce che non va al cinema a guardare i mie film, altrimenti lo saprebbe da sé.

- Non ne faccia una questione personale, Sir, ma preferisco le orecchie a sventola da malandrino dell’Ohio di Clark Gable alla faccia da bravo ragazzo della Pennsylvania di James Stewart.

Tornai a sedere – Ho il nome che vuole.

- E questa sarebbe la buona o la cattiva? – chiese intossicando l’aria più di una Ford.

- Entrambe, datosi che il nome che le farò le farà addrizzare i cap… – osservai la fronte più che spaziosa del maestro e mi corressi – i peli sulle braccia. È gente che non può mica denunciare per aver stravolto il suo dannato titolo!

- Mi dica, Mac Loud, conosce qualcuno più potente della Regina d’Inghilterra?

Gli avrei voluto rispondere che la monarchia era roba per vecchi parrucconi europei, che al nostro Presidente bastava spingere il bottone rosso e che una donna non era in grado neanche di regnare sulla cucina, figuriamoci su quelle dannata isola; ma contai fino a dieci e poi sparai la risposta fissandolo negli occhi – Il Papa!

 

Riapro il rubinetto, stavolta quello dell’acqua fredda. Mi sciacquo il viso invecchiato dai ricordi e dalle vertigini. Ricordare il passato mi ha accaldato. Il flusso del liquido trasparente va giù, come in un vortice, magneticamente attratto dal buco nero del lavandino. Come le mie dannate vertigini, acutizzate da quel maledetto giorno in cui finii di lavorare per Zio Alfred.

Gli spiegai che il Vaticano, in Italia, aveva l’ultima parola su ogni cosa, specie su quello strumento infernale che è il cinematografo. Ordinarono ad Anselmi di cambiare l’ambiguo titolo Vertigo, che richiamava a pulsazioni sessuali, a svenimenti erotici e quant’altro, nel più biblico La donna che visse due volte, simbolo di redenzione.

Hitch se ne andò senza più dire una parola, lasciandomi solo una busta con dentro il resto dei dollari che avevamo pattuito e uno strano bigliettino su cui aveva scritto: “Da soli si può andare in giro, in due si va sempre da qualche parte.[1]

Sono l’investigatore Mac Loud e circa cinquanta anni fa risolsi il caso Vertigo… ma le vertigini, da allora, non mi hanno mai più abbandonato… maledette bastarde!



[1] Frase detta da Kim Novak a James Stewart in La donna che visse due volte

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Massimo Lerose
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  • Massimo Lerose
  • Massimo Lerose nasce nel 1978.
E' attore, regista e scrittore.
Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio".
Per alcuni è un "talento sprecato".
Per pochi è semplicemente Massimo.
La sua casa è il mondo.
Il suo mondo è Terracina."
  • Massimo Lerose nasce nel 1978. E' attore, regista e scrittore. Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio". Per alcuni è un "talento sprecato". Per pochi è semplicemente Massimo. La sua casa è il mondo. Il suo mondo è Terracina."