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16 settembre 2009 3 16 /09 /settembre /2009 11:09
Visto che ieri l'ho citato, visto che è un po' colpa sua questo blog, visto che lo reputo pericoloso honoris causa, pubblico
il suo "Ad esser tutti blu", una sorta di sfogo che il buon Fabrizio Gabrielli vomita sulla carta e su quelle contraddizioni tutte italiote, con Vertigine, con (ovviamente) Nauesa, ma anche con un po' di Diversità.

AD ESSER TUTTI BLU

di Fabrizio Gabrielli

 

57 anni fa, come oggi, il 29 agosto del 52, veniva eseguita per la prima volta la composizione 4’33’’ di John Cage. L’avete mai sentita? Nemmeno John Cage. Quattrominutiemmezzo di silenzio. Ma ecco, il silenzio ed io andiamo mica troppo d!accordo. Perciò, cominciamo. Per prima cosa, ecco, mi verrebbe da raccontarvi tutte le problematicità intrinseche nel congeniare questo ragionamento. Il fatto è che sono andato – ben prima d!ogni più nefasta previsione – in crisi. Come parlare di crisi senza farsi venire una crisi? Come affrontare la diversità in modo, ecco, “diverso”?

Falsa partenza.

Rewind.

Quando ero bimbetto, sarà stato il 90, girava una barzelletta. La si raccontava a ricreazione, tra uno sbocconcellamento di Yonkers ed una letta di trafugo all’ultimo numero del Guerin Sportivo. La barzelletta parlava di un autobus, e di una scolaresca, in africa, in sudafrica. Diceva “c’è una scolaresca che sale su un autobus in sudafrica, e i bianchi si siedono tutti ai primi posti, mentre ai neri toccano gli ultimi, in coda, quei posti sopra le ruote dove ti senti male duecento metri dopo esser partito, e vomiti bile e giochicchi con le patate per placarlo, il mal d’auto. Un bimbetto nero, però, non ci sta e va dalla maestra. - Maestra - le dice - perché questa distinzione bianchi e neri? Perché non posso stare davanti? -. E allora la maestra prende il microfono, incombe il silenzio e lei fa: - Bambini, da oggi non esistono distinzioni tra bimbi bianchi e bimbi neri. -. Tutti rimangono allibiti. - Da oggi, bambini, da oggi siete tutti blu”. Era un anno campale, quello, per il colore blu, una gradazione del blu in particolare, l’azzurro. Era l’anno dei mondiali italiani, ed era divertente giocare a ricordarsi i colori delle maglie delle nazionali più forti. Celesti gl’uruguagi, arancioni gl’olandesi, azzurri gl’italiani. E gl’olandesi erano tutti o quasi “Van qualcosa”, i tedeschi avevano nomi tedescofoni, mentre solo l!Argentina ci ricordava un po’ l’Italia, con quei cognomi così simili, così poco diversi. Infatti a Napoli molti tifavano l!Argentina, per dire. E pure Cisco, laggiù in Argentina, Cisco di Uguali ma a testa in giù che è un racconto dentro a questo numero di Prospektiva, sicuro qualche volta si sbagliava. Noi no che non ci sbagliavamo, invece, tifavamo italia gridando forza italia, e ce ne vergognavamo mica. Erano tempi diversi, dal 94 in poi l!avresti capito che quel forza italia era un!arma a doppio taglio, ma nel 90 forza italia era un must, incitava così anche Pizzul, subito dopo suonato l’inno. Che era (come è) quello di Mameli, e non Va Pensiero. Nel 90, io, Va Pensiero la suonai al saggio di fine anno della scuola. Lo suonai con la diamònica, avete presente, potreste conoscerla come clavietta, insomma, quella pianola col tubo che sembravamo tutti lì per esalare l’ultimo respiro, ed invece intonavamo “l’ar-pa d’or ta-tatà”. Che poi io ce l’avrei un suggerimento da dare, riprendendo un consiglio di Paolo Nori. Se proprio dovessimo scegliere un inno diverso, se proprio fosse irrinunciabile, ecco, perché non “L!Italiano” di Cotugno, che a pensarci bene, nelle pizzerie italiche in Germania, e tra gl’immigrati in Belgio, è più famosa di Va Pensiero. E sono mica meno patriottici, quei connazionali là.

Ve li immaginate, voi, certi centrocampisti con la mano sul cuore e “buongiorno italia gli spaghetti al dente, un partigiano come presidente, con l’autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra”.? Altro che “tu mu-ta dal sa-li cepèn-di”. Ma torniamo al nostro tema. Credo che accanirsi su quanto uno sia diverso dall!altro sia una delle occupazioni preferite dall’uomo. I Bantu, per esempio, chiamano loro Bantu, che significa “gente”, per sottolineare un’appartenenza elettiva. E gl’Inuit? Sono “gli uomini”. Non credete a chi li apostrofa “eschimesi”. È un retaggio algonchino, che sta per “mangiatori di carne”. Anche leggermente dispregiativo, per dirla tutta. Un ultimo: gl’ebrei chiamano i non-ebrei goym, letteralmente “popolo nemico”. Che considerano, inevitabilmente, vuoto di contenuti, tutt!altro che brillante, insomma, una pletora di scemotti. A Roma e dintorni, direste voi, un goio. Per dire. Le parole sono importanti, è il mot che serpeggia in quel film di Moretti. Una punchline, si sarebbe detto in certi contesti hiphoppici. E le parole, importanti, lo sono invero. Perciò è da lì che sono partito per spiegarmi cos’è, poi, la diversità. Diverso viene dal latino “divèrtere”, vòlto altrove, allontanato. Che poi, simpaticamente, è anche la radice di Divertente. Peccato però che la diversità, a volte, e ciò che ne consegue, sia tutt!altro che divertente. Nell!ultimo caso, con “divertente”, ci si allontana dalle preoccupazioni e dai pensieri molesti, ci si volge altrove, ma è un disinteressarsi propedeutico allo star meglio. Nel primo caso, invece, in “diverso”, si da la schiena a ciò che non conosciamo e che mina le nostre sicurezze. Un diverso a suo modo molesto. Che a voler essere davvero precisi, per intendere ciò che intendiamo dicendo “diversità”, avremmo dovuto utilizzare “differenza”. Perchè è lei a supporre un confronto, ad erigere un manicheistico dualismo, mentre “diversità” è “varietà”. E qua credo nessuno possa contraddirmi: i varietà, almeno quelli di una certa caratura, sono divertenti anzichenò. Gli spagnoli, in quest!ottica, sono molto più lungimiranti. Per loro diversità è INFATTI “variedad”, e punto. Rimbaud, quando scriveva “io sono un altro”, voleva mica mettersi in competizione con la metà altera di se stesso. Voleva sottolineare la pluralità di sfaccettature che si annidavano nel suo animo, nella sua mente. Un coro polifonico. Vario, non diverso. “Tutta la diversità umana è il prodotto della varietà quasi infinita della combinazione di geni. E! il nostro insieme che ci appartiene e ci fa nostri: noi siamo un mosaico originale di elementi banali”, scriveva Jean Rostand. Elementi banali, e per nulla “estranei”. Che poi, chi conosce Freud - o ha letto l!articolo di Veronica Mondelli sempre su questo numero di Prospektiva - sa bene che nulla, infatti, c!è veramente estraneo. E! il concetto dell’unheimlich, dell’ “a-familiare” che, in quanto tale, è invece familiarissimo, c!è ma non si vede, giace ad un livello latente. La vertigine, che ci spaventa - per dirla con Freud, che ci perturba - quando si manifesta in certi risvegli critici nel cuore della notte, che ci sembra d!esser venuti giù dalla tour eiffell ed invece siamo là tra piume e lenzuola, non è che il ricordo latente di quando, per emettere il nostro primo vagito, abbandonavamo il ventre materno scivolandone via rapidamente. Ma torno al mio, di tema, non vorrei sconfinare troppo in vertiginose elucubrazioni. La diversità, insomma, o Lady Versità, come il dieffe qua di fianco la chiama, è una femme fatale di quelle che attraggono e al contempo respingono, che ti sembra d!averle già viste chissà dove e che però eviti caldamente, troppo affascinanti, troppo pericolose, troppo destabilizzanti.

Destabilizzante, che bella parola, la diversità lo è di certo. Lovecraft, che di “diversi” era proprio un fan, ma così fan che li avrebbe randellati tutti, ebrei e negri, Lovecraft sosteneva più o meno questo. Molto più orrorifica un!immagine che lambisce il nostro subconscio come dei garofani che intonano una mazurka piuttosto che non un mostro dalle zanne acuminate e il pelo irto e setoso. Che poi, a cercare distinzioni ovunque e a volerle appianare, si rischia di rimanere schiavi di uno schema, preconcettuale e prezzolato, che finisce per guidarci verso il risultato opposto: la massificazione, l!omologazione. Babele, quando l!han costruita, non era alla fin fine più noiosa? Tutti in armonia, tutti inintelleggibili, sulla stessa linea d!onda, sintonizzati sulla medesima frequenza. Non è forse più stimolante il non-conoscere? Non è per caso più affascinante vedere l’istanbulla lucianocìsica sovrastata da decine di idiomi incastonati in un panorama di cromatica varietà? Non è più “divertente” divergere? Differire? Divertendosi? Che poi, non negatelo, è esercizio stilistico sublime concentrarsi su quando eravamo diversi, cercare di scovare il momento che c!ha cambiati. C’è un verso di Yeats, un verso delizioso, che recita “cerco la faccia che avevo prima della battaglia”. Quando eravamo tutti diversi. In meglio? In peggio? Diversi. Quando non c!era ancora stata una CRISI. La terza uscita d!Interstizi che alla Crisi è dedicata, signori miei, oltre ad essere stampata su una carta decisamente eccitante, aldilà dell!inequivocabile sex-appeal di tutti i suoi collaboratori, ha l’innegabile merito di presentarsi come un ricettacolo delle possibili inclinazioni di crisi. Ché tra l’altro, come ci dimostrano i fatti recenti, crisi ed inclinazione fanno sempre rima. Specie se l’inclinazione è ad angolo retto. Ma non sfociamo nel turpiloquio. Ci sarebbe da essere ottimisti, a sentir Nicola Auciello ed il suo “Meno male che la crisi c’è”, verrebbe da sforzarsi di vedere, nella crisi, il terreno fertile per una palingenesi, per un nuovo ordine. Ci sarebbe da farsi, una volta tanto, pesce rosso in quel momento in cui, passati tre secondi, nella testa ha tabula rasa ed è nuovamente pronto ad iniziare, da capo, di nuovo. Che poi - apro una parentesi - sembrerebbe che sia mica vera, questa storia dei tre secondi, e che anzi pure il pesce rosso abbia una memoria pachidermica, tre mesi dicono su Focus, inguaiando me, che sulla brevità della weltanschauung del simpatico squamato ho intessuto un Circo Barnum che chettelodicoaffare. Ci sono, in Interstizi, le crisi personalissime di Mercedes Galarza Crespo, crisi di pianto bulimichorror, la negatività fino alla morte di Daniel Reyes. E! una crisi che spaventa, che a sua volta rende critico non criticizzarsi, e così via, in una pantomima di risucchio annichilente. Forse non c!entra niente, ma forse sì. La Crisi ti mangia. Inghiottisce. Mastica. Rigetta. La crisi è il macropesce di Arpino o l!antropofagia di Galindo. E a mangiar con la crisi, si mangia mica bene. Il frigorifero deserto, le sedie vuote, solo la tv resta accesa, quella sì, e sullo schermo passano gl’occhiali Fendi della Mercegaglia che la crisi c’è!, ed il Mentafresh di Papi che la crisi non c’è!. C’è!, non c’è!, e noialtri siamo là, annoiati, con lo stomaco che brontola e quell!inquietante pinguino, quello di Lilia Migliorisi che ti guarda come a chiederti “uè, che si fa allora stasera?”. Che poi non sei mica solo, no!, hai una moglie, magari, e dei figli, che alla crisi, a quei momenti topici che “separano una maniera di essere da altra differente” badano mica, che loro vogliono andarci, a tutti i costi, vogliono andarci in gita, stipati sul pullmino della scuola, come i bimbetti sudafricani, ve li ricordate?, quelli che non erano più né bianchi né neri, ma blu. Tutti blu.

Che ti verrebbe da scendere in piazza con quei bimbetti, non quelli sudafricani, i tuoi che vogliono andare in gita e ci vogliono andare a tutti i costi, farti “quarto stato” à la page e filigranato, come le sagome della copertina, e fors’anche t’andrebbe di trasformarti e vestire i panni di quegl’altri omini sul quarto di copertina di Interstizi, quelli che imbracciano il fucile. Certo, sarebbe qualcosa a cui non siamo abituati, non noi. Sarebbe “diverso”. Di certo non “divertente”. Non come osservare i mondiali del 90, almeno fin quando l’italia vinceva, quell’italia che incitavi gridando forza italia! e che cantava frate-lli d’ita-lia, non va-pensiè-ro né buongiorno Italia e gli spaghetti al dente. Non come le barzellette piene di scoregge, Pierini, tradimenti coniugali, frequentazioni mignottesche che ti raccontavi a ricreazione, a scuola, tra le Yonkers ed il Guerin Sportivo. Avrebbe, scendere in piazza armato contro la crisi, lo stesso sapore agrodolce di quella barzelletta, di quella barzelletta in cui i bambini sudafricani sul pullmino non erano più bianchi o neri, ma blu, tutti blu, lo stesso sapore quando scopri che poi la maestra diceva pure “e adesso, da bravi, ognuno al suo posto. I celestini davanti, i blu notte dietro”. La verità è che ci sarebbe ben poco da ridere. Ma come diceva Nietzsche, “abbiamo l!arte per non perire a causa della verità”. E qui è sabato sera, e c'è ancora tanto da dire e da fare e da vedere, si sta così bene, vogliamo mica ammaccarci il cuore come una pesca, proprio stasera?

 

Questo intendo per scrittori pericolosi.
Massimo

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Massimo Lerose
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  • Massimo Lerose
  • Massimo Lerose nasce nel 1978.
E' attore, regista e scrittore.
Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio".
Per alcuni è un "talento sprecato".
Per pochi è semplicemente Massimo.
La sua casa è il mondo.
Il suo mondo è Terracina."
  • Massimo Lerose nasce nel 1978. E' attore, regista e scrittore. Per molti dovrebbe trovare un "lavoro serio". Per alcuni è un "talento sprecato". Per pochi è semplicemente Massimo. La sua casa è il mondo. Il suo mondo è Terracina."